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Esplorare un film come 2001: Odissea nello spazio è sempre una vera sfida, in 50 anni la pellicola è stata sviscerata ed analizzata da critici, professionisti e semplici appassionati. Sono stati prodotti documentari, numerosi “dietro le quinte” e con una semplice ricerca online potrete imbattervi in tutto e il contrario di tutto.
Noi come Chora prendiamo come pretesto la presentazione a Cannes della nuova copia in 70mm per analizzare il film nelle sue espressioni artistiche a 360 gradi, che poi sono le categorie di cui fondamentalmente si compone la nostra piattaforma.
Andiamo con ordine e stiamo all’attualità, domenica 13 maggio anche a Cannes si celebreranno i 50 anni della pellicola (il film uscì il 2 Aprile 1968) con la proiezione del film nella nuova veste in 70mm voluta da Christopher Nolan in collaborazione con Warner Bross. Il giorno precedente lo stesso Nolan, grande estimatore di Kubrick e al suo primo appuntamento come ospite sulla Croisette, terrà una masterclass sul regista.

Uno dei miei primi ricordi legati al cinema è quello di aver visto 2001: A space Odissey di Stanley Kubrick, in 70mm, al Leicester Square Theatre di Londra insieme a mio padre. L’opportunità di essere coinvolto nel ricreare quell’esperienza per una nuova generazione e di introdurre una nuova copia in 70mm non restaurata del capolavoro di Kubrick in tutta la sua gloria analogica al Festival di Cannes è per me un onore e un privilegio.

C. Nolan

La versione in 70mm è stata tratta dal negativo originale, senza evidenti trattamenti in digitale, e potremo vedere la sua distribuzione nei cinema italiani il 4 ed il 5 giugno 2018.

Quello di Cannes è una delle celebrazioni più significative, ma non di certo l’unica, quando l’intero movimento cinema si muove per celebrare un’opera ritenuta ad oggi una vera pietra miliare non solo della fantascienza ma dell’intera produzione cinematografica vuol dire che è successo qualcosa di speciale e difficilmente ripetibile.
Oggi proviamo ad analizzare quali possono essere alcuni degli aspetti del successo dell’opera di Kubrick, premettendo che è davvero impossibile riassumere in un articolo tutti gli elementi che meriterebbero di essere presi in esame.

Tra gli aspetti più interessanti c’è sicuramente il grandissimo lavoro di ricerca del regista e dei suoi collaboratori tra cui spiccano il designer Harry Lange, il costumista Hardy Aimes, il supervisore degli effetti speciali Douglas Troumbull , il direttore della fotografia John Alcott e il co-sceneggiatore Arthur C. Clarke.
Una delle grande capacità di Kubrick fu infatti quella di affiancarsi di esperiti e validi collaboratori che trovarono nei rispettivi campi le soluzioni più adatte per immergere lo spettatore all’interno di un’atmosfera futurista ma credibile.

Kubrick inizia a pensare ad Odissea nello Spazio nel 1964, anno in cui faceva capolinea nei cinema il suo “Dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, e viene consigliato proprio da uno dei suoi collaboratori di mettersi in contatto con lo scrittore britannico Arthur C. Clarke.
Clarke propone il suo racconto breve “The Sentinel“, la storia tratta della scoperta di un artefatto sulla Luna terrestre lasciato eoni fa da antichi alieni. L’oggetto è fatto di un minerale levigato, ha una forma rozzamente piramidale ed è circondato da un campo di forza sferico. Il narratore ipotizza che i misteriosi alieni abbiano lasciato questa struttura sulla Luna come un “faro di avvertimento” per possibili specie intelligenti che potrebbero svilupparsi sulla Terra.
Ogni volta che The Sentinel viene considerata la storia ispiratrice di Odissea nello Spazio, Clarke risponde con una malcelata insofferenza che le due opere si assomigliano “come una ghianda assomiglia ad una quercia adulta”, ripetendo che in 2001 sono state attinte diverse storie e che gli stessi tratti in comune con The sentinel sono stati ampliamente modificati. In primis la piramide scintillante è divenuta l’iconico monolite nero.

Entrambi gli autori erano concordi su un aspetto fondamentale, il film doveva essere lontano dallo stereotipo che aveva bollato i film di fantascienza fino a quel giorno e bisognava portarlo su un piano scientifico più realistico.
Kubrick era molto interessato ai testi di divulgazione scientifica e nutriva sempre più fastidio per la barriera tra conoscenza scientifica e pubblico di massa, così decise di rivolgersi per la costruzione delle navicelle e delle basi spaziali, invece che ad un semplice artista ad un professionista del settore: Harry Lange.
Harry Lange era un designer che aveva lavorato per l’esercito statunitense e alla Nasa, per la quale disegnava astronavi nel reparto dedicato ai progetti futuri.
Uno degli aspetti che interessava Kubrick era anche la vita dell’equipaggio all’interno delle astronavi, l’alimentazione degli astronauti ad esempio era un tema che voleva portare sullo schermo, e per far fronte a questa esigenza Lange ideò i liquipack, integratori liquidi che si sostituivano alla dieta tradizionale. Per realizzarli la produzione si avvalse della collaborazione con la compagnia aerea Pan Am (una delle principali all’epoca ma che nei successivi anni subì un tracollo finanziario) e l’azienda di cibi surgelati Seabrook Farms.
Sulla collaborazione tra Kubirck e Lang, che portò ad una nomination agli Oscar ma non alla vittoria, è stato realizzato un libro da Christopher Frayling: ” The zoo file: Harry Lange and the design of the landmark science fiction film” che racconta le previsioni che nel 1968 furono fatte dal team creativo per ricostruire il 2001 e che più avanti esploreremo nel dettaglio.

 

Per iniziare il nostro viaggio analizziamo questa scena, che racchiude fondamentalmente tutti i punti che andremo ad affrontare

 

In poco più di 5 minuti abbiamo così tanti elementi e stimoli che potrebbero non bastare pagine per fare giustizia al lavoro di sceneggiatura, produzione e creatività.

Musica.
La musica è sicuramente uno degli aspetti più iconici, dopo l’apertura con “Thus spoke Zarathustra” di Strauss probabilmente “Sul bel Danubio Blu” sempre di Strauss è diventata la musica riferimento del film.
Sembra ormai impossibile ascoltarla e non associarla alle ambientazioni spaziali create da Kubrick, ma in realtà questa doveva essere solo la linea guida che il regista aveva offerto al compositore per indirizzarne la produzione.
Per 2001: odissea nello spazio infatti fu commissionata la colonna sonora al compositore Alex North che aveva già collaborato con Kubrick nel film Spartacus.
North realizzò interamente la composizione per il film ma durante la fase di montaggio Kubrick scelse di mantenere i pezzi guida.
Voleva conferire l’idea di movimento e che tutto stesse ruotando, dalla navicella alla stazione spaziale, passando ovviamente per la Terra. A questo punto non poteva esserci soluzione migliore che confermare il vecchio waltz viennese.
L’idea di impiegare musica classica per accompagnare le immagini dello spazio sembrò folle alla maggioranza della produzione, ma ancora una volta la storia ha dimostrato che l’intuizione di Kubrick fu vincente.

Modellini.
Dopo la musica, il secondo aspetto che cattura subito l’attenzione è la perfetta realizzazione delle astronavi presenti nella scena.
Si tratta di modelli in miniatura creati da Harry Lange, riproduzioni così fedeli che il supervisiore degli effeti speciali Douglass Trumbull non esitò a definirli come i più precisi ad essere costruiti per un film.
Appena il design e la struttura complessiva veniva completata iniziava il meticoloso compito di decorazione, la cura per i dettagli era talmente maniacale che l’operazione costava mesi di lavoro a squadre di lavoratori.

Discovery

 

L’Orion, la navicella molto simile ad un areo che avete visto nella scena, aveva una forma che ricorda i caccia dell’epoca, a darle un’impronta realmente futurista sono i numerosi dettagli quando il punto di vista si sposta all’interno dell’astronave.
Gli schermi posizionati sul retro dei sedili con cui i passeggeri possono guardare film come se fossero su una normale tratta aerea sono avanguardia per il 1968, difatti se ai giorni nostri ci sembra una soluzione ordinaria bisogna ricordarsi che solo nel 1980 vennero introdotti gli schermi dalle compagnie aeree. Ancora una volta Odissea nello spazio aveva anticipato la realtà.
Un altro dettaglio interessante sono le moderne cabine di pilotaggio in vetro, con i quadranti e gli schermi digitali per governare l’aereo, che nella realtà nacquero con l’MD-80, il cui primo volo avvenne solo nel 1979.
Sempre in riferimento alla credibilità futurista delle astronavi un ruolo fondamentale lo assume il personale di bordo e questo ci porta ad un altro punto: i costumi.

 

Costumi.
I costumi, realizzati da Hardy Aimes, dovevano essere riconoscibili e riflettere i lavori dei personaggi, bisognava quindi che il pubblico avesse familiarità ma rimasse stupito vedendo la moda che si sarebbe sviluppata a 30 anni di distanza.
La collaborazione Kubrick- Aimes, che rispetto ad altri film dove il rapporto cinema-moda è stato maggiormente enfatizzato, è stata rivalutata solo negli ultimi anni con il ritrovamento di alcuni schizzi di lavorazione nel seminterrato di Aimes.
Sul tema è stato realizzato un documentario intitolato:”2001: A space Odissey- When fashion and the future collide“.
Sviluppato nel 2012 a Londra da Hardy Aimes e Present Plus, il documentario esplora la nascita e lo sviluppo della collaborazione con Stanley Kubrick, l’impatto che l’abbigliamento ha avuto nel film e l’influenze che hanno ispirato i costumi.

Design.
L’aspetto sicuramente più interessante e che ci permetterà di uscire dai confini della scena che abbiamo analizzato fin’ora è quello del Design.
All’interno della Hilton Space Station troviamo due dei pezzi più ricordati dell’arredamento di Odissea.
Le Djinn Chair progettate da Oliver Mourgue del 1965 sono diventate un’icona del design futuristico degli anni 60.
Il nome Djinn deriva da uno spirito della mitologia islamica in grado di cambiare forma da uomo in animale.
Realizzate da un tubolare d’acciaio rivestito con imbottiture in schiuma poluiretanica e in tessuto jersey,  le sedie, che in realtà hanno una colorazione tra il rosa e il magenta, nel film assumono i toni di un rosso acceso per effetto dell’illuminazione del set offrendo uno splendido contrasto con il bianco della hall.
Il secondo elemento sono i Tavolin Tulip disegnati da Eero Saarinen.
Il tavolo Tulip Knoll è stato disegnato all’inizio degli anni quaranta nell’ambito della ricerca promossa dal MOMA di New York intitolata “Organic Design in home furnishing collection” e messa in produzione dal 1956.

Se sedie e tavoli per quando futuristi e dal design accattivante restano elementi che esistevano ed erano conosciuti dal pubblico adesso poniamo l’attenzione su tutti gli elementi inseriti nel film che hanno realmente anticipato il futuro.
Abbiamo visto come gli schermi inseriti nei sedili fossero una novità e sempre nell’utilizzo della tecnologia e degli schermi assistiamo ad un’altra intuizione: il Tablet.
D889 è il tablet che compare all’interno del film e per il suo design dalla superficie frontale piatta e sottile è stato recentemente impiegato come prova all’interno di un tribunale nella causa esercitata da Samsung nei confronti di Apple, nel tentativo di ottenere l’invalidazione del brevetto registrato sul design dell’Ipad.
Il tribunale non ha accolto le motivazioni di Samsung che riconosceva nel film di Kubrick un caso di Prior Art, rimane pero’ incredibile come già nell’immaginazione dei creativi del 1960 cresceva l’idea di piccoli schermi portatili.

Un’altro aspetto innovativo e che abbiamo oggi inserito nelle nostre abitudini è quella della videochiamata.
Nel film assistiamo infatti ad una videochiamata molto simile a quelle che oggi possiamo facilmente effettuare con Skype, Facebook e molte altre piattaforme.
L’idea del telefono cellulare e dello smartphone è assente all’interno del film, era stato invece costruito un prop poco azzeccato con l’idea di evoluzione della comunicazione che in si sarebbe sviluppata negli anni successivi.

Ed ora passiamo ad uno dei villain più famosi del cinema, o meglio all’intelligenza artificiale immaginata da Kubrick e Clarke che prende forma con Hal 9000.
Hal 9000 che è entrato nell’immaginario collettivo come il supercomputer dall’occhio rosso della Discovery fu ispirato dalla tecnologia della IBM che all’epoca era la più importante e sviluppata azienda informatica del mondo.
In realtà l’occhio rosso era semplicemente un’estensione di Hal, Kubrick voleva infatti un dispositivo identificabile e non troppo grande con cui si potessero rapportare gli astronauti, ma all’epoca il concetto di miniaturizzazione a cui oggi siamo abituati era ancora lontano.
Grazie alla collaborazione di Eliot Noyes, consulente capo e designer della IBM, Kubrick creò il vero cuore di Hal 9000 ovvero una stanza geometrica, trasparente, un ambiente fatto di vetro acrilico, luci e griglie che si sposò perfettamente con le esigenze di copione.

Chiaramente Clarke e Kubrick sembrano essersi spinti un po’ troppo in là rispetto a quelle che sono le attuali prestazioni delle intelligenze artificiali anche se non è difficile pensare ad esempi già di pubblico dominio che si avvicinano a quell’idea di rapporto uomo e macchina: Siri.
Google sta investendo molti capitali ed energie per realizzare un’intelligenza artificiale capace di instaurare conversazioni esattamente come Hal, ed il progetto Google Duplex sembra proprio andare in questa direzione.
Google Duplex è una tecnologia che attraverso un sistema di riconoscimento del linguaggio consente a Google Assistant di chiamare negozi, società e ristoranti ed effettuare ordini, prenotazioni o richieste per conto dell’utente. Se non avete ancora assistito ad una sua performance eccovi qui un piccolo assaggio

 

In conclusione sembra che in questi 50 anni 2001: Odissea nello Spazio abbia accompagnato l’evoluzione tecnologica ed artistica dell’uomo. Un’opera all’avanguardia, che ha saputo integrare gli aspetti evolutivi materiali con le domande che da sempre ci accompagnano.
Non solo un film di fantascienza stilisticamente impeccabile, ma un’attenta analisi e ricostruzione di quello che è il percorso dell’umanità, un’esplorazione pionieristica che dal semplice viaggio spaziale diventa un’esplorazione di Dio, dell’uomo, della ciclicità della vita, del rapporto uomo-macchina

 

Nelle prossime settimane continueremo la nostra esplorazione del capolavoro di Kubrick, analizzandone gli effetti speciali, le references e molte altre curiosità. Continuate a seguirci su Chora!

 

 

 

 

 

 

 

 

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