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Asteroids, Minecraft, The Sims, Pac-man, Snake, Katamari Damacy.

No, non sto invocando una maledizione. Questi sono alcuni dei videogiochi entrati ufficialmente a far parte della collezione permanente di un museo: grazie alla curatrice Paola Antonelli, dal 2012 ad oggi, il MoMa di New York può annoverare ben 23 titoli.

Follia pura o colpo di genio? Sicuramente una mossa anticonvenzionale ma che rivela la crescente consapevolezza del valore artistico insito a molti prodotti pop dell’era digitale, che nel vorticoso incedere della remix culture spostano il baricentro dell’arte contemporanea inclinandone l’asse verso nuovi orizzonti.

Il connubio arte e videogame è ormai da anni cosa nota. Basti pensare a quanti videogame si siano ispirati, più o meno dichiaratamente, a quadri o correnti artistiche per sviluppare le proprie ambientazioni, come nel caso del giapponese Ico, il quale si rifà liberamente alla pittura metafisica di De Chirico, di Dishonored, che vede nell’affresco del suo universo di gioco la presenza della lezione di artisti del calibro di Gustave Dorè e Canaletto oppure ancora di Alice in Madness Return, dove il surrealismo di Dalì spinto agli estremi fa da padrone.
Bisogna inoltre tener presente di quanti designer, illustratori e figure professionali coinvolte nel settore delle arti contemporanee prendano spesso parte ai team di ricerca e sviluppo.

Tuttavia, non si tratta più ormai di legittimare il videogioco come opera d’arte legandolo alle suggestioni della tradizione e all’auctoritas dei grandi del panorama internazionale, ma di riconoscerne le qualità estetiche e funzionali in relazione a se stesso. Ci troviamo attualmente in un’universo fluido che vede una sempre maggiore compenetrazione degli ambienti creativi e una sempre più fuggevole definizione di arte.

Eppure, senza stare troppo a pensarci, non vi siete forse emozionati guardando alcuni ambienti di The Witcher 3, The Wild Hunt, quasi come vi sareste emozionati davanti ad un paesaggio di Constable?

Nonostante parecchi Game Designer non si definiscano artisti, sono stati molti gli artisti che, in questo ultimo decenennio, non hanno disegnato il videogioco come mezzo espressivo privilegiato, accrescendone la popolarità presso gli ambienti culturali della middle class. Il caso più eclatante è sicuramente quello di Night Journey di Bill Viola ma per restare in patria potremmo anche citare  Iconoclast Game di Lorenzo Pizzanelli. Altro artista degno di nota è sicuramente Eddo Stern, con installazioni accattivanti come Goldstation, fruibile su PC e MAC e giocabile attraverso il controller della PlayStation3.

Ci sono poi situazioni interessanti come quella del caso Passpartout, the Starving Artist, videogame realizzato da Flamebait Games dove il player gioca nei panni di un artista morto di fame che si trova a dover affrontare la sua ascesa nel mondo dell’arte contemporanea fronteggiandone tutte le sue criticità. Un videogioco quindi che non si pone come arte che sull’arte vuole porre una riflessione.

Nel contesto attuale sarebbe dunque più corretto dire che sia il videogioco a diventare arte o che l’arte si faccia videogioco? Entrambe le parti amano mischiare le carte e sperimentare. A noi, non resta che giocare.

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