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Quando ho iniziato a scrivere su Chora avevo promesso che non avrei mescolato la politica in ciò che scrivo, ogni redazione ha le sue regole ed è giusto rispettarle, ma credo che al contempo sia giusto che ciò che scriviamo rispecchi a pieno anche il contesto storico che ci troviamo ad affrontare. La storia ci ha insegnato che l’arte è una corrente, e come tale, il suo percorso viene influenzato dagli avvenimenti che la circondano e da cui prende vita. Il cinema è una forma d’arte, ed è proprio da lì che voglio partire con l’articolo di oggi per parlarvi di un episodio che risale a più di quarant’anni fa, ma che potrebbe essere accaduto facilmente ieri, con le stesse dinamiche. Era il 1973 quando ad Hollywood si celebravano gli Oscar, come di consuetudine ad attendervi vi era una folta schiera di attori e personalità di spicco del mondo dell’intrattenimento e non, ma uno in particolare, invece, era assente: Marlon Brando. Accanto al regista Francis Ford Coppola infatti, vi era un posto vuoto, quello del Don Vito Corleone protagonista de Il Padrino, appunto interpretato da Brando. Non solo l’attore venne candidato per la statuetta al miglior attore protagonista di quell’edizione, ma la vinse anche, rifiutando però il premio e non presentandosi alla cerimonia.
Al posto del carismatico Brando, salì sul palco una giovane donna di appena ventisette anni che rispondeva al nome di Sacheen Littlefeather. Capelli lunghi e neri raccolti in due code laterali ed un meraviglioso abito appartenente alla tradizione della tribù nativa Apache.

“Buonasera. Mi chiamo Sacheen Littlefeather. Sono Apache e sono il presidente del National Native American Affirmative Image Committee. Sono qui questa sera in rappresentanza di Marlon Brando, che mi ha chiesto di dirvi, in un lungo discorso che non posso condividere con voi al momento, a causa del tempo, ma sarò lieta di condividere con la stampa in seguito, che con molto dispiacere lui non può accettare questo premio. Le ragioni di ciò, sono il trattamento riservato agli Indiani d’America nell’industria cinematografica e in televisione. […]”

In un discorso di appena sessanta secondi venne segnato uno dei momenti storici del cinema più importanti per la lotta contro le minoranze. La lettera, firmata da Brando in persona, venne letta in conferenza stampa dalla stessa Sacheen, il cui vero nome è Marie Louise Cruz, e riportata il giorno seguente dal New York Times. Il contenuto era una lunga accusa al popolo a stelle e strisce:

“Per duecento anni abbiamo detto agli Indiani che si battevano per la loro terra, le loro famiglie e il loro diritto di essere liberi: ‘deponete le armi, amici, e vivremo insieme’. Quando loro hanno deposto le armi, li abbiamo uccisi. Abbiamo mentito, li abbiamo privati delle loro terre. Li abbiamo costretti a firmare accordi fraudolenti che abbiamo chiamato ‘trattati’ e che non abbiamo mai mantenuto. Li abbiamo trasformati in mendicanti in un continente che ha dato loro la vita […]”

Getty Images

Sacheen, che di anni oggi ne ha settantadue, non ne uscì illesa da questa vicenda. La donna infatti ancora prima di salire sul palco ricevette minacce e censure a cui sottostare. Sessanta secondi per adattare una lettera di quindici pagine, pena l’arresto. John Wayne, che di pellerossa ne ha sterminati parecchi nei suoi western, venne trattenuto da circa sei uomini che gli evitarono di salire sul palco per cacciarvi l’attivista, che a sua volta venne in parte fischiata dalla platea presente al Dorothy Chandler. La sua carriera venne stroncata sul nascere, la ragazza che all’epoca era una giovane attrice in erba, finì per trovarsi tutte le porte chiuse in faccia ad Hollywood, mentre i media arrivarono addirittura ad accusarla di essere una finta Nativa Americana scelta per recitarne il ruolo.

Una ragazza che fa il lavoro di un uomo”, così la stampa additò l’episodio, “una stripper vestita da indiana” è solo uno dei tanti insulti che le vennero attribuiti. Sacheen non ottenne mai le scuse dovute, né allora né oggi, in compenso dedicò la vita all’attivismo e a dar voce ad una minoranza, la sua, quella del suo popolo.

Sacheen rimane ancora oggi un personaggio attuale a cui ho pensato molto in seguito a recenti avvenimenti. Lo specchio di quella società che lotta per il giusto, ma che viene isolato e danneggiato a favore di chi è pronto a consegnare le sorti della giustizia e degli individui ai media ed ad una gogna popolare satura di odio ed intolleranza. La paura del diverso che spinge il mondo a schierarsi non con chi ha ragione, ma con chi è più forte, per sentirsi meno soli e più al sicuro. C’è un po’ di Sacheen in Simone, il ragazzo di quindici anni di Torre Maura schierato contro Casapound, in Greta Thunberg, la portavoce di appena quattordici anni per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico. C’è un po’ di Sacheen anche in Giulia Pacilli, la ragazza messa alla gogna sui social per aver protestato contro l’attuale governo e ministro dell’interno, in chiunque lotta ogni giorno per una causa in cui crede, in chi difende una parte di società in netta minoranza, in chi non ha diritti, in chi è escluso, in chi è considerato inferiore, ed in chi lotta da solo.
C’è un po’ di Sacheen in tutti noi, o almeno in quelli che credono che la vita di qualcuno non valga né più né meno della propria.

Photo by Curt Gunther & mptvimages.com

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