Exit

Ho letto recentemente un bell’articolo di Luca Malavasi, su CineForum, riguardo al problema del doppiaggio in Italia. Problema, sì, e non innocua abitudine: perché, ricorda Malavasi, il doppiaggio è una vera e propria forma di barbarie, che altera e manipola un’opera artistica – il film – creando una dissonanza tra il visivo e l’auditivo, appiccicando una voce falsa e posticcia ad un volto che non le appartiene, stravolgendo e negando l’originalità delle performance attoriali e, di conseguenza, gran parte dell’essenza stessa del film. Ma a questa aberrazione noi italiani, a differenza del resto del mondo, siamo ormai assuefatti da decenni, e il pensiero unico del doppiaggio ha sempre imperato, rendendo praticamente impossibile vedere un film in sala in lingua originale (salvo rare eccezioni, solo nelle grandi città). Oggi per fortuna si sta iniziando, timidamente, a sollevare il problema – se ne parla ad esempio anche su Robinson (25/2/2018), l’inserto culturale di Repubblica, dove Alessio Balbi sottolinea come la lingua originale si stia facendo lentamente strada nelle abitudini degli italiani grazie a Netflix, allo streaming online o a piccoli isolati atti rivoluzionari, come il messaggio che Sky ha allegato a The Young Pope (2016), la serie cult di Sorrentino: “È consigliata la visione in lingua originale”.

Ma non è del doppiaggio, in realtà, che qui mi preme parlare. Poco dopo aver letto l’articolo di Malavasi, casualmente, mi sono imbattuto in una lista di film di prossima uscita. Uno di questi, How to talk to girls at parties, l’avevo visto in anteprima, e molto apprezzato, lo scorso Giugno: un piccolo gioiello che mescola i generi in modo originalissimo ed è insieme teen movie, film di fantascienza, musical, film di costume, armonicamente fusi in un amalgama brillante. Leggendo quella lista, ho appreso con orrore che il film, quando uscirà in Italia, si chiamerà La ragazza del punk innamorato. Dopo qualche secondo di sconcerto, ripresomi dallo shock, grazie a questo osceno titolo da commedia romantico-demenziale di serie B mi si è riproposto alla mente un altro, italianissimo, peccato di aberrazione modificatorio/traduttiva, gemello del doppiaggio, meno considerato ma non meno pericoloso: l’inspiegabile metamorfosi che subiscono i titoli originali dei film.

Il titolo, per dirla con Genette, è la prima e più importante soglia in cui ci imbattiamo, il portone attraverso cui entriamo in un’opera artistica. I titoli cinematografici racchiudono diverse, fondamentali funzioni: condensare in poche parole – talvolta una sola – la quintessenza di un film; trasmettere una certa carica evocativa e attrattiva, anche per questioni di marketing, per sedurre lo spettatore; dialogare costantemente con i temi del film e a volte diventarne la chiave di lettura, ora scoperta ora enigmatica (penso al recente splendido mother!, o ad Antichrist e Melancholia di Von Trier, ma ce ne sarebbero migliaia). Insomma, il ruolo fondamentale del titolo lo rende pressoché sacro, e soprattutto inscindibilmente legato all’opera che rappresenta, dunque nato dalla mente creativa dell’autore e, per questo, intoccabile.

Invece no. Invece, in Italia, ci ritroviamo La ragazza del punk innamorato. E non se ne capisce nemmeno il motivo: se il doppiaggio, pur essendo un’operazione eticamente ed esteticamente criminale, risponde almeno ad un’esigenza di comprensibilità e si limita alla traduzione delle battute originali, la metamorfosi dei titoli è uno stupro linguistico a titolo gratuito, in cui qualcuno si arroga il diritto – non si sa su quale base – di non fermarsi ad una corretta traduzione del titolo originale, ma di produrne demiurgicamente uno nuovo, con risultati disastrosi nel 99 % dei casi. Mentre invece basterebbe, per rispetto verso un film e il suo autore, se non lasciare il titolo originale, semplicemente tradurlo fedelmente: How to talk to girls at parties diventerebbe un semplice ma intrigante Come parlare con le ragazze alle feste – che tra l’altro è il titolo italiano del racconto di Neil Gaiman da cui è stato tratto il film, e a maggior ragione ci si chiede, perché il libro sì e il film no?. Oppure, con un po’ di creatività – quel poco che rientra nella forbice del rispetto – potrebbe diventare Metodi per approcciare le ragazze ai party: uno strano titolo, argutamente fuorviante come l’originale e accattivante nella sua natura pseudo saggistica, da manuale di istruzioni. Invece, cosa si ottiene con La ragazza del punk innamorato? Anche fosse stato scelto per motivi commerciali, il risultato sarà attirare in sala spettatori in cerca di una piatta commediola romantica americana, che usciranno inevitabilmente delusi, e tenere colpevolmente a distanza cinefili che magari, fuorviati dal titolo, si perderanno la visione di un bel film.

Ma questo film è solo la punta dell’iceberg, l’ultimo di una lunga storia. Non si può non citare, a proposito di cinefili fuorviati da titoli smielati, il re di tutti gli scempi di titoli: quell’Eternal sunshine of the spotless mind (2005), meravigliosa e complicatissima pellicola sceneggiata dal genio di Kaufman, che è diventato in italiano Se mi lasci ti cancello, ed è assurto, per sua sfortuna, ad archetipo del film disastrosamente tradotto. Un altro caso celebre è l’hitchcockiano Vertigo (1958), che addirittura nasconde nel titolo italiano, La donna che visse due volte, un neanche troppo velato spoiler. Si potrebbe andare avanti all’infinito; io mi voglio limitare qui di seguito a considerare alcuni film usciti in anni recenti o di prossima uscita, per dare una panoramica frammentaria, certamente non esaustiva ma variegata, del “problema-titoli” in Italia.

Mi viene in mente, primo fra tutti, un film che ancora deve uscire in sala, e tra i più attesi: The Death and Life of John F. Donovan (2018), ultimo prodotto di uno dei più talentuosi registi della nostra generazione, il canadese Xavier Dolan. La traduzione italiana è un esempio di come anche variazioni minime denuncino una superficialità di fondo e tradiscano lo spirito originario: La mia vita con John F. Donovan. Dov’è il problema? Nel titolo originale c’è un ribaltamento logico nella consequenzialità degli eventi: Death and life invece del comune Life and death, c’è prima la morte della vita; è un sovvertimento che ha valore straniante, attira subito l’attenzione dello spettatore, dà l’idea di un percorso di caduta e rinascita e non è sicuramente frutto del caso, considerando anche la precisione maniacale del cineasta canadese. In italiano questa piccola ma fondamentale sfumatura si appiattisce in un anonimo La mia vita con… (mia di chi, poi?), quando si poteva tranquillamente tradurre Morte e vita di John F. Donovan, con buona pace di tutti.

In realtà, a Dolan era già capitato ben di peggio: quando è stato distribuito in Italia, con colpevole ritardo, il suo Laurence Anyways (2012) (che si potrebbe tradurre con “Laurence, in ogni caso”; riprende una battuta del film e allude alle diverse identità, principalmente di genere, che coesistono nel protagonista), il titolo italiano è diventato misteriosamente Laurence Anyways e il desiderio di una donna… . Un titolo capolavoro: quei tre puntini finali (dovrebbero conferire un’aura di mistero?) rendono ancora più comico il fatto di aver scambiato, presumibilmente, “Anyways” per il cognome di Laurance. E poi, il desiderio di una donna: che donna? Quella che Laurence vuole essere? O il desiderio della sua compagna che la trasformazione di Laurence non implichi anche una metamorfosi sotto le mutande? Ai posteri l’ardua sentenza; intanto, in Italia il capolavoro di Dolan è diventato tristemente una simpatica commedia vagamente sexy per casalinghe cinquantenni.

Torno con la mente ai film visti in sala l’anno scorso: The sense of an ending (2017), tratto dall’omonimo bel romanzo di Julian Barnes, diventa in Italia un improbabile L’altra metà della storia. Anche in questo caso, il libro viene pubblicato in traduzione italiana con il giusto titolo Il senso di una fine. E anche in questo caso, un titolo così denso di significato – e anche rilevante ai fini della comprensione dell’opera – pare non si meritasse di comparire sulle locandine italiane. Stesso trattamento fu riservato anni fa a un altro film tratto da un romanzo, per uno tra i peggiori orrori titolistici: a The time traveler’s wife (2009) (da La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger) è toccato uscire nelle sale del belpaese con il titolo Un amore all’improvviso. Ogni commento è superfluo.

 

La metamorfosi, si noterà, va spesso nella direzione del romanticismo stucchevole, dell’evocazione di una love story banale, preferibilmente contenente la parola “amore”. Qualcosa di simile ha subìto un valido biopic del 2005 con Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon, Walk the line, che ripercorre la vita di Johnny Cash e la sua iconica relazione con June Carter. Il titolo del film è anche il titolo di uno tra i più celebri pezzi di Cash, e ha un forte valore simbolico per la vicenda narrata: che dite, lo lasciamo? Macché, meglio trasformarlo in uno struggente dramma sentimentale tra quarantenni disperati: et voilà, in Italia esce Quando l’amore brucia l’anima.

Altre volte la trasformazione tende ad una semplificazione e banalizzazione, di cui non si comprende la necessità, e produce titoli piatti e autoreferenziali: ad esempio, il recente Le redoutable (2017) di Hazanavicius è diventato un non disastroso ma sciatto Il mio Godard.

Come abbiamo detto, gli esempi si sprecherebbero. Ma penso, a questo punto, di averne snocciolati abbastanza per poter dire di aver visualizzato il problema, e per poter alzare un grido di protesta che si affianchi a quello già udibile contro il doppiaggio: per favore, abbiate pietà e rispetto dei film e dei loro titoli. Un film è come un figlio per un regista, il titolo è il suo nome di battesimo: e i nomi di battesimo non si modificano arbitrariamente. Siate gentili.

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