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Nel 2013 l’Italia, seguendo la scia della Gran Bretagna che l’anno prima produsse Britain in a day, rispose all’appello di Gabriele Salvatores con 44.197 video girati durante le 24 ore del 26 ottobre 2013. Il regista italiano aveva posto un’unica regola: filmare un pezzo della giornata, una porzione molto piccola di vita. L’obiettivo era creare un film montando momenti di vita di migliaia di italiani non solo nel nostro paese, ma anche nel mondo.

C’è chi lo definì all’epoca un film tecnicamente sperimentale o una trovata cinematografica che sbandierava qua e là l’originalità del progetto per soli fini commerciali. Chi può dare torto a queste affermazioni? Il film è tecnicamente un esperimento e dunque definibile sperimentale e allo stesso tempo è anche vero che la campagna promozionale spinse molto su questo, ma su cos’altro avrebbe dovuto spingere altrimenti?

Ciò che passò, ahimè, in secondo piano fu l’aspetto sociologico dell’esperimento. La vera novità portata dal film fu la portata di contributi ricevuti dal regista per il film. Oltre 44 mila persone quel 26 ottobre scelsero di condividere con il proprio paese, perché ad esso si rivolge il film, la propria esperienza di vita. Non credo sia fondamentale appurare quanto innovativo tecnicamente sia il film, il punto è che ci troviamo davanti ad uno straordinario risultato di innovazione sociale. Un film collettivo che nasce dalla gente comune, da decine di migliaia di persone che condividono l’idea del progetto, ne accettano le regole e si applicano per portare a termine il risultato. Oltre quarantamila storie per ottenerne una. Non importa se nel film sono presenti momenti più o meno riusciti, messaggi troppo retorici o video inseriti forzatamente per rendere più variegato il ritratto, questo film è vero perché in tutti quei momenti ciascuno di noi, chi più e chi meno, si riconosce.

Italy in a day mostra la piena volontà di partecipare a qualcosa che mette l’Italia al centro dell’attenzione. Ed era successo qualcosa di simile anche nell’immediato dopoguerra, quando si utilizzarono le pellicole recuperate dagli incendi appiccati a Cinecittà, quando si utilizzavano attori non professionisti, quando Zavattini elaborò la teoria del pedinamento per rendere fedele sullo schermo la realtà rappresentata. Italy in a day non ha avuto la portata di un movimento cinematografico come quello neorealista (non che ne avesse l’intenzione), ma l’idea del progetto è almeno grande uguale: raccontare la vita e la realtà di un paese con le potenzialità dei mezzi tecnologici del XXI secolo.

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