Exit

Il 4 ottobre uscirà nei cinema (nei circuiti The Space e Uci Cinema) il nuovo film con Nunzio e Paolo diretto da Stefano AnselmiNon è vero ma ci credo“. Per l’occasione siamo riusciti a fare qualche domanda al regista del film, partendo dalla produzione e la scelta di partecipare alla commedia per poi spaziare sul momento generale che sta vivendo il cinema.

 Ciao Stefano, è un piacere averti qui per parlare dell’uscita del tuo nuovo film, raccontaci qualcosa che ancora non sappiamo su “Non è vero ma ci credo”.

Grazie a voi. Come ben sai, considero la regia totalmente unita al lato produttivo del cinema. Se uno vuole essere totalmente libero fa pittura. Non cinema. Il cinema usa dei pennelli, dei colori e delle tele costosissime. Bisogna tenerlo presente quando si “dipinge”..

In questo senso vorrei ricordare che il mio film è stato girato in sole 4 settimane (20 giorni) e che il budget è abbondantemente sotto il milione di euro. La cosa che mi inorgoglisce è che non si vede. In questo senso Roger Corman docet…

 La commedia italiana, salvo qualche fortunata eccezione, non credo stia vivendo i suoi migliori anni. Lo pensi anche tu? Cosa ti ha convinto a seguire questo progetto?

Assolutamente. Qualunque produttore tu interroghi sui nuovi progetti ti dice sempre “tutto tranne la comedy”. Ma erano gli stessi che non meno di tre/quattro anni fa ti dicevano “il genere no, vogliamo comedy”… come vedi ora il conformismo si è spostato in altri lidi.

Io dico solo che la crisi ha una doppia paternità. Sicuramente sono stati fatti molti prodotti comici che non valgono il loro costo (soprattutto in termini di cast) ma al tempo stesso il pubblico italiano non perdona nulla (anche questo per conformismo) al prodotto italiano. Soprattutto non perdona cose che invece accetta senza battere ciglio dal prodotto americano. Ci sono molte commedie italiane che pur ben fatte non hanno avuto il giusto riconoscimento di pubblico.

Ho seguito il progetto di “Non è vero ma ci credo” anche per il gusto di una fare una commedia mentre tutti ora sono diventati “di genere”. Ne ho piene le scatole di progetti ambientate nelle periferie di Roma. Preferisco una fiaba nonsense come questa.

Quanto al conformismo, è sempre così. Ora siamo tutti supereroi, malavita e cinema di genere quando tre anni fa non potevi fare altro che commedie. Un alto funzionario Rai mi chiese, dopo aver letto un mio copione (che tra l’altro era una commedia sociale, qualcosa che ora si direbbe dramedy), se io mi divertissi, se andassi qualche volta alle feste… il tutto perché un personaggio del film alla fine moriva. Come direbbe Totò: “E ho detto tutto”. 3) Che visione hai del cinema italiano attuale? In cerca di una strada. Tutti dicono che vogliono fare solo serie ma i reali contatti con Broadcast e Svod ce li hanno davvero in pochi, ci sono spazi per contenuti ma gli Svod spesso comprano “pacchetti” tanto al chilo (soprattutto in Italia), non sono alla ricerca di far emergere cose nuove ma del “riempimento” della loro library. Un’ottica decisamente “colonialista” se la guardi bene. In ogni caso si fanno ancora troppi film che non hanno produttivamente alcuna chance di essere visti, di uscire in sala, di “rientrare” dall’investimento. Capisco il cinema d’arte (ma fino ad un certo punto, importanti registi “difficili” hanno dimostrato che anche lì c’è mercato) ma spesso questi film sono commedie o storie generazionali. Il problema poi è che l’Italia è succube culturalmente (soprattutto a livello dell’audiovisivo): sta sempre in attesa di quello che farà l’America per poi gettarsi a capofitto ingolfando il mercato di decine di film fotocopia. E non avendo ancora deciso l’industria americana che strada prenderà, l’Italia resta appesa aspettando Godot.

 Sono passati diversi anni da “Alice”, corto con cui hai ricevuto prestigiosi riconoscimenti, quante pensi di essere cresciuto come regista da allora?

Appartengo al secolo scorso. Culturalmente dico. Quindi non riesco a mettermi nell’ottica di auto-produrmi qualcosa “by my self”. Cosa adesso possibile, lo riconosco come un limite. Il cinema s’impara facendolo, non ci sono dubbi e tutte le centinaia di film visti o libri letti non ti formano

quanto anche una sola settimana su un set professionale, anche il più commerciale. Con la mente giriamo tutti “Apocalypse Now”, nei fatti poi le cose un po’ cambiano..

Quindi, da questo punto di vista, sono cresciuto come regista e sono più vecchio (più saggio?) come uomo. Quindi credo di essere migliorato. Mi piacerebbe girare di più, per migliorare sempre di più ma non riesco a pensarmi in progetti dilettanteschi. Non credo s’impari molto in questi contesti, sono troppo auto-referenziali. Ma sicuramente è un mio limite culturale.

 Dopo tanto tempo come aiuto regista è stato traumatico il passaggio alla regia? Mi sono sempre chiesto da studente di produzione con il pallino per la regia quanto concentrarsi sugli aspetti produttivi (molto pragmatici) possa migliorare o condizionare in negativo il passaggio a regista, dove subentrano sensibilità artistiche che forse i ruoli di produzione tendono un po’ a soffocare.

Riprendo quello che ti dicevo prima. Se uno vuole fare arte pura fa musica, pittura. Non costano nulla. I mezzi per realizzarle dico. Il cinema no. È un’arte (presunta) industriale. Strano ossimoro. Ma è così. Quindi la produzione non limita l’arte di nessuno perché anche Kubrick sapeva quanto spendeva, fino all’ultimo centesimo. L’importante è sapere come e dove spenderli. Ho sempre detestato – culturalmente parlando – quei registi che si vantano di fregarsene di questo aspetto.

E nascondono dietro la presunta arte il non controllo sugli avvenimenti di un set che hanno. Per me ha senso gente come Roger Corman, il miglior regista di sempre nel rapporto qualità/prezzo, ha senso gente come Rossellini che detestava che lo si chiamasse “artista” ma preferiva la parola “professionista”.

Il cinema è controllo, manipolazione e saperne anche a livello produttivo ti permette di essere ancora più manipolatore. Il che è il vero spasso…

 Quali sono i registi di oggi che segui con particolare attenzione? Quali invece ti hanno avvicinato al mondo del cinema?

Sono a caccia di sorprese, ormai i miei modelli di un tempo sono quasi tutti morti.

La famosa lettera K: Kieslowski, Kurosawa, Kubrick, Kiarostami, Kaurismaki.

Ma anche un certo cinema francese, Truffaut più di Godard, Sautet e Melville.

Il cinema americano degli anni settanta, per certi aspetti ancora più innovativo dei francesi della Nouvelle Vague.

Oggi non saprei.Non trovo i registi “da serie” particolarmente innovativi. Ottimi e grandiosi professionisti ma non innovativi. Ad esclusione dei cinematografici prestati al seriale, tipo Fincher.

La messinscena “seriale” è appetibile, “furba” e “larga” come si dice ora ma non innovativa quanto la scrittura seriale. Avendo lavorato (come aiuto regia) per una serie Netflix ho visto che la pressione sui registi era di fare prodotti visivamente impeccabili ma di una semplicità sconfortante, quasi pubblicitaria.

Per il cinema poi mi piace che Paul Thomas Anderson mi colpisca sempre anche se fa film non riusciti, mi piacciono zampate di vecchi leoni come Terence Davies. Mi sembra un pantheon di divinità azteche (un po’ in disuso) ma essere Buster Keaton e immaginarsi “Sherlock Junior” negli anni Venti in America era una cosa, mettere un russian arm sopra il tettuccio di un’automobile e parlare poi di “linguaggio” è un altro paio di maniche.

Ci si nasconde troppo spesso dietro la tecnica quando si parla di linguaggio ai tempi nostri.

Ma il pubblico è sempre più smaliziato e l’effetto “wow” dura sempre meno.

Anche per questo il cinema non resta più impresso nella memoria collettiva, non solo per ben noti cambiamenti antropologici della società.

 Attualmente, è più difficile trovare spazio come regista nell’industria cinematografica o motivare i tuoi studenti nei primi anni dopo la scuola a perseverare nonostante le difficoltà che una professione come questa comporta?

Appoggiare i miei studenti non mi costa nulla e mi solleva il morale. In un certo senso mi fa crescere umanamente. È Saramago a dire che la vecchiaia non può quel che sa e la gioventù non sa quel che può. È sempre stato così da che mondo è mondo. Ho sempre detestato i docenti (in qualsiasi grado di insegnamento scolastico) che passavano il tempo a parlare male del mondo, a dire che non si hanno possibilità, a usare argomenti qualunquisti per giustificare la propria presunta non “realizzazione”. Però sono realista. Dico loro che è difficile proseguire in una carriera remunerativa e soddisfacente in questo ambiente. Difficile, non impossibile. Penso che ci voglia tenacia, passione, fortuna. Spinte ai limiti della sopportazione. L’attuale industria culturale ha fatto passare – a fini meramente commerciali – l’idea dello spettatore che è anche creatore. Ma è una bugia. Serve perché così la maggioranza dei clienti si crede inclusa in un processo che invece subisce. Come è sempre stato. Le serie tv si girano allo stesso modo, con le stesse meccaniche e dinamiche, con cui Frank Capra girava un film negli anni Trenta.

Questa illusione commerciale porta però sempre più sprovveduti ad avvicinarsi al mondo dell’audiovisivo pensando che le serie, i film, i documentari nascano sotto i cavoli o che li porti la cicogna. Questo mi dà molto fastidio. Parafrasando il poeta, rispetto all’industria cine-televisiva, mi piace dire che “è un mondo adulto in cui si sbaglia da professionisti”. O almeno così dovrebbe essere.

 Prima di salutarti vogliamo sapere se hai già per le mani nuovi progetti, e quale sarebbe il film che sogneresti dirigere.

Negli ultimi mesi ho preso contatto (nelle forme più strane, anche attraverso linkedin) con molti giovani autori o autori non ancora “affermati”. Alla ricerca di storie e progetti che valga la pena cavalcare, su cui valga la pena perdere anni senza un ritorno economico. Perché è sempre così. Aspetto anche di vedere come andrà il film, per capire se avrò qualche “peso” nell’indirizzare la scelta di nuovi progetti. Ma se si gioca a fantasticare, mi piacerebbe da sempre trarre un film da uno più bei romanzi italiani e soprattutto dal più bello che abbia mai letto sul mondo del cinema: “Sinemà” di Marco Weiss. Giustamente è talmente bello che non è più in ristampa. Per consolarmi penso che neanche Lindau ha ristampato l’autobiografia di Roger Corman, il migliore testo sul cinema mai scritto. Così va il mondo, sembra …

 

Mentre aspetteremo di veder (speriamo) cambiare un po’ il mondo, noi di Chora vi rinnoviamo l’appuntamento al cinema il 4 di ottobre con “Non è vero ma ci credo”.

 

 

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