Exit

A quindici anni sono andato in Scozia a studiare l’Inglese. Durante quei quindici intensi giorni, ho conosciuto qualcuno che chiameremo G. G era una persona bellissima, solare, attraente, sicura di sè. Sono entrato subito in contatto. Mi sono innamorato a prima vista. Ho guardato G per quindici giorni con gli occhi a cuore, senza mai, però, dire niente dei miei sentimenti. Chissà cosa avrà pensato G di me… Chissà se G provava lo stesso per me…

Per fortuna Elio, in Chiamami col tuo nome, non ha fatto come me. Elio, decide di dire tutto alla sua G; e G ricambia.

 E’ a Crema, nell’Italia craxiana del 1983, che si trova Elio (Timothée Chamelet), figlio unico di una famiglia ebrea di origini italiane, francesi e americane.
Ogni anno i suoi genitori decidono di invitare un/una giovane studente universitario americano, ebreo/a, a trascorrere i mesi estivi con loro presso la propria casa vacanze.
Ecco quindi che arriva G, 25 anni, direttamente dagli Stati Uniti.

 Elio, 17 anni, si innamora a prima vista. In quanto adolescente, però, le sue emozioni fluttuano: se G lo guarda, gli parla, lo considera, allora G è speciale. Se G lo rifiuta, salta la cena, è schivo, allora è insopportabile, anche solo per come saluta prima di andarsene (“non trovate sia insopportabile quel suo modo di salutare? “A dopo”, così sfacciato” – “later” in lingua originale).
Non capisce, Elio, che G saluta così perchè in realtà mostra la propria insicurezza: così, infatti, ha rivelato Luca Guadagnino, regista del film. G non sa come affrontare le situazioni difficili, da cui scappa con un apparente sicuro e sfrontato “a dopo”.

 Sarà di fronte al monumento ai caduti della battaglia del Piave, della prima guerra mondiale, che Elio (durante un efficacissimo piano sequenza) prenderà coraggio e si dichiarerà a G.
“Perchè?”, chiede G. “Perchè volevo che sapessi”, risponde Elio, ripetendo più volte ad alta voce la frase, quasi stupito, di questa sua volontà.

Da lì parte la storia di un innamoramento. Un giovane adolescente sperimenta se stesso e la propria sessualità con G – non senza qualche distrazione.
Elio scopre l’amore, scopre la gelosia, la mancanza, l’inebriante assolutismo dell’amore.
Lo scopre anche grazie ad una Pesca, sì: il frutto. Ma per questo vi rimando alla scena: nessuno può spiegarla senza rovinare l’atmosfera magistralmente creata da Guadagnino.

Poi, dopo un’estate insieme, quando il tempo sta per scadere, Elio e G si domandano perchè abbiano sprecato tanto tempo prima di dichiararsi, ripercorrendo i segnali che si erano lasciati l’un l’altro. E’ a Bergamo, dove si recano da soli per qualche giorno, che vivranno appieno il loro amore. Da lì poi, G ripartirà per tornare in America.
E’ a seguito della partenza di G e della solitudine di Elio, che lo sguardo fisso del regista su Elio lascia il posto ad un monologo che un po’ spera (riuscendoci) di lasciare il segno.

Il padre di Elio (Michael Stuhlbarg) – dopo averci fatto dannare per un’ora, senza farci capire se si fosse reso conto dell’amore nascente tra Elio e G – comprende, accoglie e si rivolge al figlio: gli racconta l’importanza delle emozioni, del viverle fino alla fine; l’importanza della nostalgia e di quella sensazione di irripetibilità dei sentimenti.
Quello che Elio e G hanno avuto è stato unico. E’ giusto ricordarlo, riconoscerlo, accettarlo e lasciarsi possedere da ogni genere di emozione.

Sarà con l’avvento dell’Hanukkah, sei mesi dopo, che ci troviamo spettatori di una telefonata tra Elio e G, durante la quale G comunica alla famiglia che sta per sposarsi.
Segue la scena finale, che vale anche da sola la candidatura all’Oscar come miglior attore per Timothée.

Questo, banalmente raccontato, è ciò che ci viene donato nella pellicola.

Questo film ci fa assaporare e sentire tutto: il caldo torrido dell’estate, i corpi sudati, le cicale assordanti, l’acqua gelida degli stagni, le farfalle nello stomaco, la rabbia, l’amore, la paura, la disperazione, la frustrazione, il desiderio. Ci fa tornare tutti quanti ai 17 anni di Elio.
E’ una magnifica storia di un amore che nasce e viene interrotto (per sempre?) dalla vita.
Luca Guadagnino, con la collaborazione di Walter Fasano e di James Ivory, si è ispirato al romanzo omonimo di André Aciman per raccontarci di un sentimento che non ha lingua, non ha genere e non ha età.

G, nel film, è un uomo, si chiama Oliver (Armie Hammer) e ha 8 anni più di Elio.
Ma il film non pone la questione della “normalità” o “naturalezza” dell’essere un ragazzo di 17 anni attratto da un uomo.
Non è la “tematica gay”, non è il “coming out”, non è il “dramma interiore della scoperta”, il fulcro di un film che ha comunque una storia omosessuale al centro. E se cercate di vederci dentro qualcosa del genere, è tutta “roba vostra”.

E’ come se tutto ciò non esistesse proprio neanche nel “mondo delle idee”.

In “chiamami col tuo nome” c’è “solamentela verità dei sentimenti d’amore tra due anime che non riescono a stare lontane.
Questa è la vera rivoluzione (culturale? copernicana? Chiamatela col vostro nome) di Guadagnino.
Ma è soprattutto un pugno nello stomaco, intendiamoci.

Io, guardandolo, sono tornato in Scozia, al momento in cui ho incontrato la mia G. E sono tornato con la memoria anche a Milano, anni dopo la Scozia, quando sono uscito per la prima volta con C, quando ho amato per la prima volta, quando ho lasciato per la prima volta, quando ho sofferto per amore, quando non capivo o non mi sentivo capito o amato o accettato abbastanza, quando ho sentito l’attrazione per l’anima, la mente, il corpo, l’intelligenza, la risata, la voce… l’essenza di C.
Sono tornato alle volte in cui avrei voluto sentirmi capito, accolto, accettato, incoraggiato e amato incondizionatamente da mio padre.

Questo è stato capace di fare Luca Guadagnino. Questo hanno raccontato i bravissimi attori di “Call me By your name”.

Sì, è una storia a “tematica” (per mancanza di parole migliori) omosessuale. Sì è una storia tra una persona più grande dell’altra di ben 8 anni.
Ma è anche la prova che la differenza vera tra un film sull’Amore ben riuscito o meno, tra un libro evocativo o meno, sta solo nell’abilità di farti emozionare, immedesimare, ricordare.

P.s. è davvero importante sapere se le mie G e C erano donne o uomini?

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