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Vi sarà sicuramente capitato, alla prima visione di un trailer o alla scoperta di un film di prossima uscita, di dire o sentir dire: “Oh c’è Denzel Washington, dev’essere un bel film!”. Che poi The Equalizer non sia un film eccezionale poco importa, perché l’importante, per la casa distributrice di The Equalizer 2, non sarà ricordare quanto fosse stato bello il primo film, ma che ancora una volta c’è quel bel faccione del caro vecchio Denzel e il commento che sentirai a due file da te nella sala cinematografica sarà: “Questo è il film con Denzel Washington, dobbiamo andare a vederlo!”. Ovviamente Denzel è solo un esempio, l’elenco è lungo. Questo simpatico fenomeno, utilissimo all’industria cinematografica, permette anche a film di bassa qualità di ottenere incassi soddisfacenti semplicemente pubblicizzando la presenza della star nel film. Molti dei grandi nomi di Hollywood sono attori che, grazie ad un paio di film di successo, sono riusciti ad entrare nell’immaginario collettivo come una sorta di “garante qualitativo” per tutte le pellicole successive e il loro nome basta per portare centinaia di migliaia di spettatori al cinema.

Questo discorso “americano” si può tradurre anche per la realtà italiana dove pochi nomi dominano il mercato. Solitamente questo è un fenomeno che coinvolge il pubblico di massa, quello che negli Stati Uniti corrisponde al pubblico del cinema d’azione e supereroistico e in Italia a quello della commedia, mentre chi è abituato a frequentare i cinema per prodotti meno commerciali e più autoriali è meno incline a subire il fascino dell’interprete. C’è però un caso italiano in particolare di cui vorrei parlare e che costituisce, per me, un caso di garanzia qualitativa a cui risponde sempre un pieno riscontro positivo che coinvolge trasversalmente le categorie di pubblico italiane.

L’attore in questione è Giuseppe Battiston. Interprete teatrale e cinematografico friulano che esordisce nel 1990 con Italia-Germania 4-3 e che incontrerà i primi favori di pubblico con Pane e Tulipani di Silvio Soldini. Con il regista di Pane e Tulipani avvierà anche una collaborazione florida che conta al momento sette film. Senza ripercorrere tutta la carriera cinematografica dell’attore, prendiamo in considerazione solo gli ultimi tre anni d’attività, dal 2015 ad oggi.

Considero quello di Battiston un caso emblematico per alcuni motivi: innanzitutto si tratta di un attore che ha saputo costruirsi un nome recitando sempre in piccole produzioni. La crescita di celebrità e di consensi tra il pubblico non l’ha mai corrotto. L’attore udinese, che ha trovato la piena istituzionalizzazione cinematografica nel 2016 con Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese (e mi preme dire che il successo ottenuto dal film è stato al di là di ogni aspettativa da parte della produzione), non si è mai convertito alla commedia dei facili incassi e guadagni (quella natalizia per intenderci) e ha proseguito un suo cammino professionale spendendo il suo nome per lanciare progetti di registi esordienti, film di produzione regionale e sceneggiature originali.

Dal 2015 Giuseppe Battiston compare in dieci pellicole. Di queste dieci, solo due sono “grandi” produzioni: il già citato Perfetti Sconosciuti (2016) e Io c’è (2018) di Alessandro Aronadio (anche lui si deve aggiungere alla lista di registi esordienti che leggerete tra poco), nel primo caso siamo di fronte ad una delle sceneggiature più belle degli ultimi anni e nel secondo un interessante e coraggiosissimo film sulla religione (tema delicatissimo in un paese come il nostro). Cinque addirittura sono i film diretti da registi esordienti: oltre ad Aronadio, Finché c’è prosecco c’è speranza (2017) di Antonio Padovan, Dopo la guerra (2018) di Annarita Zambrano, Tu mi nascondi qualcosa (2018) di Giuseppe Loconsole e Hotel Gagarin (2018) di Simone Spada. Gli altri sono tutti film di modeste dimensioni produttive firmati da registi che si muovono nel cinema autoriale o rivolto ad un pubblico di appassionati.

Inoltre, se si presta attenzione, i film che vedono Giuseppe Battiston come interprete mettono in scena storie che hanno la giusta pretesa di analizzare questioni importanti per il nostro paese. C’è una selezione precisa dei progetti da parte dell’attore che dimostra la maturità professionale di cui dispone e che mette al servizio dell’industria cinematografica. Ritengo la sua partecipazione in molti dei film distribuiti in questi ultimi tre anni fondamentale per l’uscita al cinema se non addirittura per l’effettiva realizzazione del progetto. Ricordo infatti che il cinema è un’industria e servono quindi assicurazioni di guadagno per i soldi che vengono investiti. Battiston è e sa di essere una di quelle assicurazioni.

Prenderò in considerazione solo tre film che ritengo utili per chiarire il discorso fatto fino ad ora.

L’ordine delle cose (2017) di Andrea Segre

Esempio emblematico di quell’interesse dell’attore per i temi sociali e contemporanei del nostro paese. Il film del documentarista Andrea Segre racconta di una spedizione politica in Libia da parte di un funzionario della polizia che ha l’obiettivo di investigare riguardo i porti di partenza degli immigrati clandestini e di appurare le reali condizioni dei campi profughi nel paese. Finalmente un film che dimostra la complessità della situazione migratoria e del “buco nero Libia”, in netto contrasto con le semplificazioni che si fanno nei dibattiti politici e nell’assoluta ignoranza dei social network. Mi permetto di citare a questo proposito la tagline di City of ghosts “qui nessuna fake news” che mi pare azzeccata anche per il film di Segre. Sempre negli ultimi tre anni, Battiston interpreta una parte fondamentale in Pitza e datteri, film sull’integrazione religiosa, e Dopo la guerra che riporta in vita il terrorismo anni ’70 e la dottrina Mitterand.

Finché c’è prosecco c’è speranza (2017) di Antonio Padovan

Questo piccolissimo thriller veneto è un ottimo esempio dell’aspetto che più ammiro di Battiston: la scelta di credere in progetti regionali. Il film è stato un microscopico successo per il quale voglio spendere due righe: questo tipo di film è solitamente destinato alla distribuzione televisiva, questa volta però il film viene distribuito da Parthenos in molte sale del Veneto ottenendo sold out in molte di queste e garantendo così un ampliamento distributivo anche in altre sale del Nord Italia nelle settimane seguenti. Credere in questi progetti e diventarne in qualche modo il deus ex machina è sintomo di grande generosità e attaccamento al territorio. Nel 2007 Giuseppe Battiston aveva partecipato ad un altro interessante film prodotto e ambientato in Veneto: La giusta distanza di Carlo Mazzacurati (anche se in questo caso parliamo di una produzione più importante).

Hotel Gagarin (2018) di Simone Spada

Lo ritengo in assoluto la più grande sorpresa di quest’anno cinematografico. Il film del semi-esordiente Simone Spada è un omaggio commovente al cinema (si, è vero che lo si dice per molti film, ma qui stiamo parlando di un messaggio forte e diretto alla settima arte) e alla creatività. Ci troviamo di fronte ad un Mediterraneo ambientato in Armenia, con le stesse tinte tragicomiche del film di Salvatores e con le stesse dinamiche, ma riproposte con una passione tale da non poter rimanere indifferenti. Aggiungiamoci anche che non è difficile riconoscere una dura polemica al mondo produttivo cinematografico, ai finanziamenti del cinema e alla serietà di alcune personalità di questo mondo. Hotel Gagarin è un film coraggiosissimo e passato quasi inosservato nelle sale, un film che meritava un destino migliore di quello che il pubblico italiano gli ha decretato.

Personalmente credo quindi che un attore possa essere un garante qualitativo in due modi distinti: il primo è tipico di chi sa cavalcare l’onda dei propri successi, di colui a cui poco importa della qualità del film che sta interpretando o del messaggio che sta veicolando, il secondo, ed è il caso di Giuseppe Battiston, è frutto della consapevolezza di poter fare di più per l’arte in quanto tale, per aiutare chi è in difficoltà; si tratta di forza, solidarietà, generosità, intuito e amore per il proprio lavoro. Qualità che molti più attori dovrebbero avere e di cui Battiston non rappresenta un unicum, ma sicuramente uno dei casi più emblematici.

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