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Ho sempre avuto una certa curiosità nel sapere ciò che gli stranieri pensano di noi quando vengono in visita del nostro paese; ho sempre cercato di scoprire pregi e difetti che, da italiano, non pensavo di avere o più semplicemente di sorridere davanti ai soliti luoghi comuni convincendomi, talvolta forzatamente, di quanto lontani dalla verità essi fossero. Da qui l’idea di dipingere l’Italia, con i suoi aspetti più oscuri e quelli più luminosi, in un affresco cinematografico. Una sorta di ritratto capace di descrivere ad uno straniero chi siamo e che cos’è l’Italia di oggi.

La prima pennellata di questo ipotetico affresco è data da Il Capitale Umano di Paolo Virzì. Il regista livornese non è un autore che ama ripetersi, i suoi film sono sempre alla ricerca di nuovi temi d’analizzare e storie da rivelare. La Brianza raccontata da Virzì è una Brianza insolita e falsa, divisa tra due contendenti, proprio come in un avvincente match tennistico: la classe dirigente, ricca e sfrontata, capace di giocare con gli investimenti degli “altri” e a far fruttare i propri, e la borghesia, ovvero gli “altri”, quelli che mirano e puntano al grande salto e poi cadono nel vuoto. Un’accusa sincera e cruda a quel gruppo di famelici finanzieri che hanno svenduto il paese e la sua economia sulla base di evanescenti e strampalate prospettive. Il racconto di Virzì si sforza di capire la realtà italiana e la crisi che l’affligge, una realtà che prevede la chiusura dei teatri e l’apertura alla speculazione edilizia; Virzì si chiede quale sia in questo momento il vero valore della vita umana e si ritrova in mano un numero, il valore di una vita umana, quel capitale umano che dice molto del vuoto morale dell’Italia di oggi. Perché in un paese come il nostro, come disse Marco Paolini, “l’indignazione dura meno di un orgasmo. E dopo viene il sonno”.

Dal Friuli Venezia Giulia, invece, giunge un film piccolissimo, La Terra nel Sangue dell’esordiente Giovanni Ziberna. Un film così vero che non posso non citare. Perché se c’è una cosa che è insindacabilmente vera è il legame indissolubile con la nostra terra. Il film a episodi di Ziberna descrive quattro storie in quattro luoghi e tempi diversi del suo Friuli, uno più incantevole dell’altro. Un film che è dominato da un unico protagonista centrale, la terra, quella terra che ha fatto la storia dei nostri luoghi, che è depositaria della memoria di tutti. Il regista omaggia l’Italia mostrandone la bellezza e lo fa cogliendone l’aspetto più naturale e primitivo.

Il terzo tocco arriva da Livorno e proprio nella sua città natale ritroviamo Virzì con La Prima Cosa Bella. Un grande film del regista toscano che approfondisce i legami, le tradizioni e il nucleo familiare. Il nostro appassionato rapporto con la famiglia viene reso in un melodramma che risveglia il cinema anni ’60 e ripesca le carte della classica commedia all’italiana, dove risate e lacrime si alternano vicendevolmente. Virzì riesce più volte a emozionare grazie ad una grandissima prova attoriale di gruppo e ad una sorprendente sceneggiatura che rischia la caduta nel pietismo, ma, evitandola, trova le giuste corde che toccano l’anima.

Proseguendo verso Sud e inoltrandoci nella penisola salentina troviamo Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, un film che non è solo un film con una forte tematica LGBT; la pellicola di Ozpetek descrive la nuova generazione meridionale, una generazione che è decisa a lasciare i tradizionalismi culturali, la mentalità retrò della terra in cui è nata, ma questo non vuol dire dimenticare la propria terra. Un film magistralmente diretto in una coralità che si fa forte nel momento più intimo della giornata all’italiana: attorno alla tavola imbandita. Qui verranno presentati problemi, incomprensioni e pregiudizi che mineranno l’apparente pace di un’intera famiglia giunta impreparata all’appuntamento con il ventunesimo secolo.

Siamo quindi giunti all’ultima tappa, l’ultima pennellata del nostro piccolo affresco, che è anche il dettaglio più delicato, un dettaglio che appare più evidente nella terra di Sicilia. Emanuele Crialese con il suo Terraferma compie un piccolo miracolo, raccontando la bellezza della Sicilia e le sue tragedie, le sue speranze e i suoi assurdi conflitti. Il film del regista romano entra a fondo nella complessa sopravvivenza di una famiglia di pescatori. Come ogni estate, per recuperare qualche soldo, la famiglia ospita alcuni turisti settentrionali che non si accorgono nemmeno del problema dei clandestini. E mentre loro prendono il sole sulle spiagge, i pescatori devono decidere se seguire la legge di stato, abbandonando i migranti a loro stessi, o seguire la legge che hanno sempre seguito, la legge morale e umana, la “legge del mare” che non prevede l’abbandono delle persone al largo. Un film nostalgico dei tempi passati, che vede la serenità della vita sfuggire tra le mani e che ammette la tragicità di un fenomeno: “Una volta in questo mare si pescavano pesci: ora si pescano uomini, vivi o morti”.

Finalmente è venuto il momento di contemplarlo questo ritratto, così eterogeneo e mutevole. Ed è vero che c’è molto altro, un’infinità di personaggi, luoghi e sfumature che non ho citato e che forse meritavano un posto nel nostro affresco. Ma straniero credimi, è così difficile dipingere il tutto. Queste che vedi sono solo alcune delle storie dell’Italia di oggi. Il legame con la nostra terra, la crisi economica, la famiglia, i sogni di una generazione e il fenomeno dei migranti. E’ un’Italia colma di contraddizioni quella che si presenta ai nostri occhi, una amorevole e colta, una indisciplinata e irrispettosa. Come in un ipotetico vaso di Pandora appena aperto i problemi fuoriescono e ci colpiscono, creano una coltre che appare impenetrabile. Ma sul fondo rimane l’Italia migliore, quella che tutti vorremmo. E allora guardala, straniero, quanto è bella la nostra Italia.

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