Exit

Io sono Mia è uscito nelle sale italiane il 14 gennaio e riproposto il 12 febbraio su Rai1. Il biopic sulla vita di Mia Martini, all’anagrafe Domenica Rita Adriana Bertè, interpretata da una magistrale Serena Rossi e diretto dal regista Riccardo Donna, apre uno spiraglio sulla vita della cantante, partendo dal suo arrivo al Festival di Sanremo del 1989, per lasciare spazio ad un susseguirsi di flashback che ci riportano indietro nel tempo, mostrandoci una Mia più giovane alle prese con una scalata al successo decisamente burrascosa, gli amori tormentati ed il difficile rapporto con il padre.

Sarà che proprio pochi giorni fa ero io stesso ancora a Sanremo reduce dalla kermesse canora, sarà che ho una grande passione per le icone nostrane, in particolar modo femminili, sarà che ho da sempre una passione spasmodica per le biografie sulle donne importanti e tormentate, soprattutto tormentate, insomma, sentivo di dover dare un’occhiata a questo film per diverse ragioni. Il confine tra fiction e realtà è labile durante l’intero susseguirsi degli eventi, ma non voglio scendere nei dettagli della trama o scrivere una recensione, non mi sono mai particolarmente piaciute, piuttosto vorrei condividere un mio pensiero partendo da una domanda: perché credo che sia importante ricordare ancora oggi Mia Martini? Perché si. Perché Mia Martini è un pilastro della musica italiana, una delle voci più riconoscibili della musica leggere insieme a quella di Mina, ma soprattutto perché glielo dobbiamo a Mia stessa.

Mia Martini muore il 12 maggio 1995, sola, abbandonata dai cari e dallo stesso mondo, quello della musica, che aveva lasciato più volte, per poi riavvicinarcisi nel 1989 con il Festival Di Sanremo e la sua Almeno tu nell’universo. Mia non rientrò mai in quel mondo per davvero, le porte infatti le vennero chiuse molti anni prima, quando iniziarono a circolare maldicenze su di lei, le stesse maldicenze che la uccisero e le stroncarono la carriera. Minuetto, Piccolo uomo, Gli uomini non cambiano, sono solo alcune delle opere che fanno da colonna sonora alla tragica vicenda della cantante, vittima di chi l’accusò di essere una portatrice di sfortuna, o meglio, di sfiga. Addetti ai lavori che evitavano di nominarla scandendone i passi nei corridoi degli studi e dei palchi con riti scaramantici, i pezzi che non trovavano spazio in radio ed in tv, gli artisti che declinavano eventi ed impegni qualora la Martini vi avesse partecipato. Il film porta in scena la cruda realtà di un’artista massacrata dall’opinione pubblica, vittima di una censura che le venne imposta dalla sua stessa dignità, che di fronte alla scelta di cavalcare l’onda delle maldicenze per scopi pubblicitari, decise invece di ritirarsi dalle scene, privandosi quindi della sua libertà artistica. Un documento necessario, oserei dire, per non far morire la sua memoria, per lasciare intatto il suo lascito, ma soprattutto per ricordare a tutti, ma proprio tutti, le angherie che l’hanno portata alla sua tragica fine. Voglio pensare a questo film come ad una rivalsa per Mia Martini, un riscatto.

« Sai, la gente è strana, prima si odia e poi si ama, cambia idea improvvisamente, come fosse niente».

Così cantava Mia, quasi come una premonizione della sua triste dipartita e della sua successiva incoronazione ad icona, per mano dello stesso ambiente che l’aveva trascinata giù in un torbido inferno. Il 12 maggio 1995 morì, ma il suo corpo venne ritrovato solo due giorni dopo, alle orecchie le cuffie del mangiacassette da cui risuonava la sua stessa voce. Lei, che con la sua voce ruvida e fragile ha segnato un’era indelebile della musica italiana, fece la fine più triste, dimenticata da tutti.

«Cardano al Campo. A un passo da Malpensa. Con gli aerei che le rombavano sopra la testa, la puzza di benzina, le grate alle finestre e la solitudine intorno. L’appartamento, un appartamento del cazzo, glielo trovò nostro padre. Le avrebbe potuto trovare un castello, ospitarla, accudirla, ma le riservò il peggio. Il posto più degradato, anonimo, immeritato per qualsiasi finale.»

Scrive Loredana Bertè, sorella minore di Mia, nel suo libro Traslocando.

Serena Rossi, interpretando Mimì, in una scena recita: “Non ho scelta, se non canto non vivo”. Sempre tenendo conto di quanto sottile possa essere il confine tra fiction e realtà, mi piace pensare che questa sia una frase realmente riconducibile a Mia Martini, perché infondo per la musica lei ha dato la vita realmente, ed è giusto ricordarlo ancora oggi.

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