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Negli ultimi giorni del 2018 il Comune di Milano ha comunicato l’approvazione delle linee di indirizzo per la vendita in due lotti del complesso immobiliare che ospitava gli uffici comunali di via Pirelli 39, il grattacielo a “ponte” su via Melchiorre Gioia. La cessione avverrà dopo un bando di gara con base d’asta di 87,5 milioni di euro per l’edificio di via Pirelli e di 16,6 milioni per il parcheggio sotterraneo di piazza Einaudi.

La Torre UTC oggi all’interno dello sviluppo di Porta Nuova – Garibaldi

Uno degli edifici più criticati di Milano avrà, nei prossimi anni, nuova vita grazie al sicuro interesse di investitori come Coima e Unipol, driver di riferimento di tutto lo sviluppo immobiliare dell’area Garibaldi – Gioia. “Per via Pirelli – aggiunge l’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran – cerchiamo un investitore che vada a completare le connessioni tra Porta Nuova, Stazione Garibaldi, stazione Centrale e Melchiorre Gioia. Anche per questo vige l’obbligo di un concorso internazionale di progettazione”. Resta da capire se chi vincerà la gara e i progettisti vorranno mettere in campo una revisione architettonica soft, come avvenuto per le due torri della stazione Garibaldi, o prevedono l’abbattimento dell’intero comparto per edificare un edificio ex novo come avvenuto per il vicino lotto di Gioia 22. In ogni caso un futuro di sicuro interesse per un edificio particolare, unico nel contesto milanese, dalla storia travagliata che si trova, tuttavia, a distanza di cinquant’anni dalla sua costruzione ancora più al centro della moderna Milano.
Ma come nasce un progetto così particolare, che rompe le logiche urbanistiche? Così discusso da mettere d’accordo cittadini e critici degli anni ’50 ad oggi?

Il Centro Direzionale Garibaldi-Repubblica e Stazione Centrale nel 1961

Nel 1955 venne indetto un concorso per la realizzazione di un palazzo che potesse ospitare gli Uffici Tecnici del Comune, aperto alla partecipazione di tutti gli architetti nazionali. La Torre UTC doveva essere il punto centrale del fantomatico Centro Direzionale di Milano immaginato nel dopoguerra e che avrebbe dovuto essere il cuore finanziario e dirigenziale della Milano del boom economico, della Milano che guardava a diventare una città internazionale, piena di grattacieli; disegno urbanistico che alla fine non venne mai portato a termine del tutto. A livello architettonico doveva essere uno degli elementi principali della nuova “Milano modernista” assieme alla vicina Torre Breda (“Grattacielo di Milano”, progettata da Luigi Mattioni e inaugurata nel 1955) che era già stata costruita e svettava con i suoi 116 metri sulla città, a Palazzo Locatelli (67 m) costruito nel 1936-39 da Mario Bacciocchi in Piazza della Repubblica 27, e alle successive Torre Galfa (109 m inaugurata nel 1959) e Grattacielo Pirelli alto 127 metri e inaugurato nel 1960.
Il concorso fu vinto da un gruppo di architetti formato da Gandolfi Vittorio, Putelli Aldo, Bazzoni Renato e Fratino Luigi. Il progetto mirava alla realizzazione di una grande piazza pubblica con parcheggio interrato, un grattacielo di 90 metri per 26 piani e, punto abbastanza interessante e caratteristico dell’edificio, un corpo basso edificato a ponte con l’arcata su via Melchiorre Gioia. Nella torre erano collocati gli uffici comunali a minor afflusso di pubblico, mentre sul corpo allungato si trovavano le parti aperte al pubblico. La torre UTC ha la forma di un esagono allungato caratterizzato da facciate a curtain-wall in vetro e alluminio, schermato da brie-soleil sulle facciate sud, est e ovest, mentre per la facciata posta a nord la soluzione fu quella di creare una gigantesca griglia in cemento armato portante formata da sette pilastri alti come la torre uniti da marcapiano sporgenti. Schema riportato anche per il corpo basso formato però solo da quattro piani.
Al netto della mera descrizione storica e architettonica, credo molti milanesi si siano chiesti il motivo di costruire un edificio a ponte su una delle principali arterie della città, in un’epoca in cui gran parte del terreno circostante non era edificato. In altre parole, non esisteva una reale necessità urbanistica per tale forma. Una scelta progettuale alla quale era, e resta difficile dare una lettura; la volontà sembra quasi quella di creare un argine, una cesura, tra la Milano moderna in pieno sviluppo e il centro storico retrostante.

Personalmente ho sempre amato questo edificio, mi è sempre piaciuta l’idea di passare sotto un ponte “abitato e vissuto”, e soprattutto, ho sempre collegato questo manufatto con un altro famoso e discusso grattacielo, il Pan Am (oggi Met Life) Building di New York. La torre UTC e il suo ponte mi ricordano la Grande Mela ogni volta che ci passo sotto; e me la ricordano innanzitutto per la sfrontatezza del progetto, per la rottura di uno schema, prima ancora che per un simile linguaggio architettonico. Il Pan Am (una delle maggiori compagnie aeree statunitensi fino al fallimento nel 1991) Building è una delle icone della città americana ed è, come la torre UTC, uno degli edifici più odiati dai newyorkesi; al punto tale che nel 1987 un sondaggio del periodico New York mise il grattacielo Pan Am al primo posto tra gli edifici che gli abitanti della Grande Mela vorrebbero veder demoliti. A dispetto di ciò questo edificio è uno dei più famosi dallo skyline di New York e uno dei più ambiti dalle grandi multinazionali, per la posizione centrale e l’assoluta visibilità della torre e della sua celebre insegna.

Alto 246 metri, disposto su 59 piani, il palazzo fu inaugurato il 7 marzo 1963. All’epoca, stabilì un record: era infatti il più grande palazzo al mondo ad uso esclusivamente commerciale. Il progetto fu sviluppato a partire dal 1958 dallo studio Emery Roth & Sons, con la collaborazione degli acclamati architetti Walter Gropius e Pietro Belluschi. L’edificio pensato in origine da Emery Roth & Sons era di più modesta entità rispetto al risultato finale ed aveva anche una visibilità diversa, poiché era allineato lungo Park Avenue in direzione nord-sud. L’intervento di Gropius e Belluschi modificò radicalmente il progetto, conferendo al palazzo la sua caratteristica forma di un ottagono schiacciato ed il suo vistoso allineamento est-ovest attraverso Park Avenue, una delle principali e più lussuose arterie di New York. A sollevare le critiche più aspre furono la posizione che rompe urbanisticamente la continuità della griglia newyorkese e l’incombere dell’edificio sulla Grand Central Station, la principale stazione ferroviaria di NY, in stile Neoclassico. Come accade ad alcune grandi icone dell’architettura il Pan Am racchiude in sé gli elementi principali di un’epoca: la trasformazione di un’area nevralgica della metropoli, la cultura americana e il suo rapporto con la storia, la supremazia dell’iniziativa privata sull’interesse pubblico, il declino dell’industria ferroviaria e l’ascesa del trasporto aereo, l’immagine aziendale, la costruzione, la forma e il significato del grattacielo, il lavoro dei grandi studi d’architettura americani, il coinvolgimento di due architetti di chiara fama (Gropius e Belluschi (famosi sia in campo professionale sia nell’ambiente accademico) e il ruolo della critica architettonica (ha duramente criticato questo edificio persino Bruno Zevi); e come spesso succede a icone di questo tipo, esse definiscono una cesura, una fine, in questo caso la frantumazione del sogno modernista e pongono, inoltre, per la prima volta in discussione l’approccio capitalistico dell’architettura americana nel rapporto con le preesistenze storiche e lo schema urbanistico. Il più criticato fu, ovviamente, Walter Gropius, il celebre architetto del Bauhaus, che ci lascia con questa opera, in cui sembra piegarsi definitivamente alle logiche finanziarie alla base della progettazione. Tra i moniti più duri si segnala quello di Zevi sulle pagine dell’Espresso: “Nulla è più doloroso della stanchezza che coglie i nostri vecchi maestri. Walter Gropius, l’animatore del Bauhaus, non è stato un grande artista creativo, ma l’appassionata vocazione didattica e la fedeltà ai principi dell’urbanistica e dell’edilizia moderna bastavano a farne un sicuro punto di riferimento etico. (…) Oggi anche il mito di Gropius decade. Il Pan Am Building costruito a New York sopra la Grand Central Station è un’assurdità urbanistica che nessuna argomentazione dialettica riuscirà a giustificare”.
Ma nonostante le tante critiche, il Pan Am Building rimane, a distanza di quasi sessant’anni, al suo posto; e rimane nella mente di tutti, come barriera infrangibile che spezza il monotono disegno newyorkese. Rimane nelle riprese di molti film ambientati nella città americana, tra cui Batman, Indipendence Day e Godzilla, l’unico che riesce a superare questo monolite di cemento in stile modernista. Rimane nell’immaginario per alcune tragedie che si sono consumate al suo interno o su di esso, come lo spettacolare incidente in elicottero del 1977, costato la vita a cinque persone, o il suicidio del 1975 di Eli M. Black, all’epoca proprietario e amministratore delegato della United Brands Company (oggi Chiquita Brands International), che frantumò con la valigetta una finestra del suo ufficio al 44º piano e si lanciò nel vuoto, trovando la morte sulla sottostante Park Avenue.

Un immagina tratta dal film di Godzilla del 1998.

Ma rimane anche nell’immaginario dei milanesi che percorrono un vialone trafficato e spezzato visivamente da una scelta progettuale radicale; rimane perché per una strana ironia della sorte è impossibile non notare la somiglianza di questo progetto con il Grattacielo Pirelli di Ponti e Nervi. Ed effettivamente i progettisti hanno citato proprio questo progetto (terminato pochi anni prima del Pan Am) e il grattacelo ad Algeri di Le Corbusier, come fonte principale di ispirazione. Un ottagono modernista nel cuore di New York proprio come nel cuore di Milano. Una traslazione urbanistica che fu la chiusura di un’epoca e che speriamo sia la continuazione di un’altra con la riqualificazione della Torre UTC milanese.

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