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Il museo. Uno dei contenitori artistici più antichi che negli ultimi anni, come un adolescente in lotta col suo corpo davanti agli stilemi della società moderna, si fa disperatamente la guerra nel tentativo di accettarsi e rivalorizzarsi, in un contemporaneo in cui la tradizione deve scendere a patti con se stessa per sopravvivere senza annichilirsi, per conservarsi senza tradirsi.

Il Giappone si sa, è terreno fertile per questo tipo di dinamica, dal momento che si configura come una realtà in grado di mutare e rigenerarsi senza perdere la propria essenza e il proprio Ethos culturale. Un esempio concreto nasce dal sodalizio tra Yayoi Kusama  e il Forever Museum of Contemporary Art a Gion-Kyoto: MY SOUL FOREVER si fonda su una selezione di 82 lavori che, tra originali e ristampe, coprono la produzione dell’artista dal 1950 al 2008.

Era un afoso pomeriggio di ottobre dello scorso anno quando mi sono imbattuta nel museo, passeggiando in preda alla fame per le vie della città.
All’inizio, di fronte alla visione di una gigantesca zucca a pois in mezzo alla strada, ho subito pensato ad un’allucinazione. Tuttavia, una volta ingurgitati un paio di Onigiri comprati poco prima in un Kombini, sono rinsavita e, realizzato il contesto in cui mi trovavo, in preda alla stessa frenesia che si prova davanti alle giostre di Gardaland (ma cercando di restare composta per non turbare gli amici del Sol Levante), ho deciso di avventurarmi verso l’edificio, per poi scoprire qualcosa di davvero interessante.

Il Forever Museum ha aperto nel 2006 nello Yasaka Club Building, teatro costruito nel 1913 sul modello dell’antico stile architettonico nipponico e famoso per la Miyako Odori Dance e si sviluppa su due piani.
La filosofia di fondo è quella di uno spazio in cui la tradizione venga preservata e allo stesso tempo si fonda con la modernità, così come avviene nelle opere d’arte contemporanea della Kusama, in accordo con la convinzione che la cultura contemporanea debba essere in grado di incorporare elementi innovativi provenienti sia dall’interno che dall’esterno e mutuarli nel proprio contesto.
Partendo da qui il museo spera di offrire un contributo allo sviluppo di una nuova cultura Giapponese del futuro, in cui il visitatore di una mostra possa osservare un collage o un’installazione in modo del tutto anticonvenzionale, camminando scalzo sul tatami, o addirittura standovi seduto nella tipica posizione della meditazione, oppure possa fermarsi a bere qualcosa nel caffè dell’istituzione, bevendo dalle stesse tazze brandizzate da Yayoi che si possono vedere in mostra nel percorso espositivo.

Il FMOCA vuole lasciarsi alle spalle l’immagine del museo come austero tempio dell’arte per diventare un luogo familiare, accogliente al pari dell’ambiente domestico, in cui creare un contatto intimo con l’opera ma anche con se stessi.
Il visitatore, camminando per le varie sale, smette di percepirsi come solo Occhio e, presa coscienza della propria corporeità, diventa entità concreta all’interno di un contesto con cui è chiamato ad interagire in maniera viva, per arricchire il senso totalizzante dell’esperienza fruitiva che la mostra vuole offrire.

 

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