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“Ti piace l’arte contemporanea?”

“Sarà mica arte quella roba che mettono adesso nei musei. Preferisco un bel dipinto del ‘500. Quelli sì che erano tempi d’oro”.

Quanti di voi, almeno una volta, sono rimasti coinvolti in una conversazione simile? Da che parte vi siete schierati?
Certo, voltare le spalle all’arte contemporanea è piuttosto facile.
È come quando chiedete ad un bambino di scegliere tra un gelato e un piatto di fagioli: ovviamente sceglierà quasi sempre il gelato. Spesso però questo accade perché nessuno mostra al bambino ragioni valide per approcciarsi consapevolmente ai legumi.
Dal momento che, purtroppo, non ho la stessa maturità critica (e nemmeno lo stesso ciuffo) di Vittorio Sgarbi, non aspettatevi grandi cose, ma ho deciso comunque di provare a prendere le difese del fagiolo e tentare di spiegarvi a modo mio un’opera d’arte contemporanea per dimostrare come, per relazionarsi con questi prodotti culturali, sia necessario andare oltre le apparenze e l’impatto iniziale.

Questa è Supermarket, opera di Hassan Sharif, noto artista di Dubai morto nel 2016, presentata da Hassan Sharif Studio alla Biennale Arte di Venezia del 2017.

Diciamo pure che a prima vista può sembrare la cantina di vostra nonna. Che diavolo sono tutti questi scaffali stipati di cianfrusaglie?
Se aguzzate la vista potrete notare facilmente che si tratta di opere d’arte. Proprio così. L’arista ha simulato un ambiente che evocasse il reparto di un supermercato ma invece di spaghetti e salsa di pomodoro ci ha infilato dentro una selezione dei suoi lavori dal 1986, ovvero ben 30 anni di produzione.
Partiamo del presupposto che Sharif è un artista concettuale e le sue opere sono caratterizzate da un ampio uso di materiali comuni e da una tendenza all’accumulo, modalità espressive che sono sbocchi inevitabili della logica socio-culturale dominante della nostra epoca.

Dunque nel concreto, che cosa avrà voluto dirci con questa installazione?  Possiamo individuare più livelli di lettura:

  1. La sovrapproduzione di merci e il sistema consumistico padroneggiante nel presente globalizzato tendono ad annichilire il prodotto, tanto che non riusciamo più davvero ad apprezzarne la qualità e la varietà e avendo disposizione tutto, non distinguiamo bene il vezzo dalla necessità. Oggi più che mai è  fondamentale che si vada oltre la pura visione d’insieme e si cerchi di cogliere il particolare interessante all’interno della giungla dell’offerta che ci si dischiude davanti.
  2. Proprio come la vita che si configura quale un supermercato di situazioni da esplorare e di simboli da interpretare, anche nel super market di opere d’arte di Sharif, ogni prodotto va osservato, compreso e assimilato indagando senza fermarsi ad un contemplazione superficiale. L’artista vuole inoltre sdoganare l’idea aprioristica che tutto ciò che è contemporaneo sia negativo. Non è il supermercato in sé ad essere dannoso, ma la maniera in cui lo si vive, come luogo fuori dallo spazio tempo, senza coordinate o punti di riferimento.
  3. Il supermarket è luogo di incontro. Di scambio. Di confronto. E quindi l’invito di Sharif è quello al dialogo. Un invito rivolto soprattutto al suo paese, gli Emirati Arabi, che, tendenzialmente ripiegati su una continua riflessione in merito alla propria tradizione, si vedono allo stesso tempo investiti da un forte sviluppo economico e da un’ondata di innovazione da affrontare e coniugare con il l’Ethos culturale locale.
  4. Il supermercato di opere è una critica al sistema dell’arte per cui ormai le creazioni artistiche vengono trattate alla stregua di prodotti da piazzare sul mercato, senza più dignità. La vendita coatta, dettata dall’andamento di mercato e dalle mode, rende ormai il mondo dell’arte simile ad un grosso centro commerciale dove chi può permetterselo va e compra semplicemente perché gli va, per far vedere che appartiene ad una determinata classe sociale, dove i critici e i magnati lucrano sugli artisti. C’è quindi un sottofondo ironico, una sorta di presa in giro. Eccole le vostre opere, venite a prendervele dagli scaffali già che ci siete. E qui direi di fare un bel dito medio tutti insieme, perché ci sta.

Bene. Adesso facciamo un passo indietro a quando abbiamo visto l’opera. Vi sembra ancora la cantina della nonna? O ha acquisito significato? Se adesso guardandola sentite qualcosa che vi gratta nel petto e non è l’osso di pollo che vi è andato di traverso a pranzo, allora potete star certi che avete fatto un passo avanti verso l’arte contemporanea.

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