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Come ormai tutti sanno, lo scorso 5 ottobre un quadro di Banksy battuto all’asta di Sotheby’s per ben un milione di sterline ha pensato bene di autodistruggersi non appena conclusa la vendita.
La tela è stata fatta a fettine, come le tagliatelle della nonna, da un tritacarte interno alla cornice che probabilmente qualcuno ha attivato a distanza.
Colpo di scena o mossa premeditata? Le ipotesi su questo argomento si sprecano e i relativi articoli  spuntano ormai quotidianamente come funghi. Mi sembra dunque inutile soffermarmi su questo episodio.

La domanda che davvero mi preme fare è: prima che apparisse al telegiornale mentre vi mangiavate la pasta al sugo e pensavate già all’imminente diretta dalla casa del Grande Fratello Vip, quanti di voi sapevano chi fosse Banksy?
Siccome non mi piace dare le cose per scontato, ho deciso di fare un breve riassunto per chi di questo artista sa ben poco o per chi ha tempo di farsi un ripassino mentre è al gabinetto, invece di commentare su Facebook l’acqua Evian di Chiara Ferragni.

Banksy viene da Bristol, nel sudovest dell’Inghilterra e nonostante la sua identità sia segreta (non come quella di Sailor Moon o dei Daft Punk, intendo segreta per davvero) il suo nome è indubbiamente noto ai più per via dei messaggi provocatori che lanciano le sue opere.
Inizia a disegnare graffiti agli albori dell’adolescenza e già a 18 anni si rende famoso grazie all’uso di una tecnica che sarà il suo marchio di fabbrica e che, grazie alla sua attività, contribuirà a canonizzare: signori e signore ecco a voi lo stencil, più comodo e veloce quando si tratta di realizzare un lavoro in poco tempo, dovendo evitare di farsi prendere dalla polizia, senza sacrificare la meticolosità e la precisione d’insieme.

Le opere di Banksy hanno un piglio ironico e fortemente satirico e si scagliano contro le piaghe della società contemporanea, dalla guerra all’inquinamento, dallo sfruttamento minorile al maltrattamento degli animali, dall’omologazione alla manipolazione ad opera dei mass media.
Il noto writer manifesta inoltre una grave insofferenza verso il sistema artistico tradizionale, che veicola il successo di un’opera attraverso ambienti chiusi e selettivi che vanno ad accrescere il feticismo e la mercificazione degli oggetti, nonché la loro inclusione in una torre d’avorio costruita per un’elite:

L’arte che guardiamo è fatta da solo pochi eletti. Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista, mostra e decide il successo dell’Arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d’arte sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari.

Per questo motivo è dunque capitato che il nostro amico si sia recato diverse volte in famose gallerie per appendervi clandestinamente opere provocatorie come nel caso di Show me the Monet, dove, in uno scorcio realizzato nello stile di Monet con il suo bel laghetto bucolico e il ponticello romantico, inserisce due carrelli della spesa abbandonati e un cono segnaletico. Siamo sinceri, come non amarlo?

In ogni caso le opere più famose e impressive di Banksy restano quelle su parete, delle quali, tra le più suggestive, annoveriamo indubbiamente i graffiti realizzati sulla barriera di separazione israeliana, un enorme muro che separa la Cisgiordania dallo Stato di Israele.

Da piccola ero un tantino logorroica e a scuola mi dicevano: lasciata da sola in una stanza, parleresti anche con un muro; per lo meno, un muro starebbe zitto e ti ascolterebbe tutto il tempo che vuoi.
Invece, studiando storia dell’arte, ho compreso che spesso e tristemente un muro ha più cose da dire di una persona ed è in grado di lasciarti senza parole. E così saranno rimasti gli abitanti di Napoli trovandosi davanti ai due graffiti realizzati nel capoluogo partenopeo, gli unici due lavori italiani dell’artista: la Rivisitazione dell’Estasi della Beata Ludovica Albertoni, cancellata nel 2010 e la Madonna con la Pistola in piazza dei Girolamini,  oggi fortunatamente protetta da un vetro.

Chi è dunque Banksy? Banksy sono io. E sei tu.  È il tuo vicino di casa anziano che ascolta la tv a tutto volume. È quel ragazzo che limonava col suo fidanzato al parchetto, è l’impiegato di banca che legge il Corriere della Sera, la maestra d’asilo, il volontario al canile, il portiere del palazzo in cui abita tua nonna, il proprietario del negozio all’angolo. Banksy, che degli stilemi pop ha fatto il suo linguaggio personale, è la voce del popolo. È colui che intelligentemente svela i luoghi comuni trasformandoli in evento e portandoli all’attenzione di tutte le classi sociali. La maschera dietro cui si cela sono i suoi lavori ma non importa davvero conoscerne il volto perché ciò che lo renderà immortale non è la sua identità ma le idee che la sua arte di strada consacra all’immortalità e con cui tutti identifichiamo ormai il suo nome.

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