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2018. Il Giappone sta vivendo oggi una nuova onda di espansionismo culturale, mutuata dalla consapevolezza di sé e dalla volontà di rigenerare la propria immagine agli occhi del mondo contemporaneo.
Protagonista di questo fenomeno è l’ingente sviluppo dell’industria creativa, associato alla proliferazione dei prodotti derivati della subcultura Otaku.

“Ota che? Melissa, parla come mangi”
In effetti…

Per chi non avesse mai sentito questa parolina, gli Otaku sono gruppi di persone appassionate di anime (ovvero quelli che i vostri genitori continuano inesorabilmente a chiamare CARTONI ANIMATI), manga (proprio quei fumetti che si leggono al contrario), videogiochi, computer, telefilm, modellismo ed altri prodotti ascrivibili nell’ambito di una subcultura, ovvero una cultura di settore, che si trova all’interno della cultura generale o mainstream. Il fenomeno nasce nel cuore della società nipponica, dove il numero degli Otaku è oggi di diverse centinaia di migliaia, ma a partire dagli anni ’80 esercita una forte influenza anche sulle subculture di altre nazioni finché, con l’avvento del nuovo millennio, in molti paesi esplode una vera e propria mania, soprattutto tra i giovani.

Davanti a tale successo , stupiti dal fatto che agli occidentali piacesse qualcosa che non fossero il sushi, i templi shintoisti e le macchine della Toyota:

«Il Giappone si fa conquistare dalla nuova rappresentazione pop di se stesso, libero di ripensare il proprio passato e quindi di riprogettare il proprio futuro. La creatività diventa lezione di vita che gli Otaku […] rappresentano: manga e anime si fanno strumenti identitari. E bandiere. L’antico Giappone, con i suoi riti e le sue tradizioni, diventa, agli occhi delle nuove generazioni, il Giappone vecchio da superare e post-modernizzare.»

Bene, diciamo che non avrei saputo dirlo meglio di come lo ha detto Valeria Arnaldi in questa citazione tratta da Manga Art, viaggio nell’iper-pop contemporaneo, libro che per altro vi consiglio di sfogliare se siete amanti del genere.

Il Giappone comprende dunque quanto tali prodotti siano esportabili e rappresentino un potenziale economico e culturale e decide allora di incentivare la produzione interna, predisponendo anche un programma di finanziamenti da parte del governo alle industrie di settore.
In questo contesto alcuni Otaku, si sentono pronti e compiono il grande passo, ovvero si cimentano nella realizzazione di vere e proprie opere d’arte in cui le ritualità, le estetiche e i deliri di una sottocultura si traducono in produzioni caratteristiche ed emblematiche.
Ecco allora che quei caratteri tipici di anime manga e videogiochi diventano il punto di partenza per quadri, sculture e composizioni e il linguaggio dell’arte è innalzato a medium privilegiato per una comunicazione efficace con l’esterno.

Ambasciatore dell’arte Otaku, in patria come nel mondo, è Takashi Murakami. E non ditemi che non lo conoscete. Giapponese, simpatico, occhiali tondi, faccia buffa, se ne va spesso in giro con un cappelli strambi e disegna fiorellini colorati.

Negli anni ’90 Murakami avvia un collettivo, Hiropon Factory, diventato oggi Kaikai Kiki Gallery, che non è una semplice factory, seppur si ispiri moltissimo nelle sue fondamenta al precedente warholiano, ma una vera e propria azienda, in cui l’arte Neo-Pop di ispirazione Otaku fa mercato di sé, replicandosi in oggetti che ne portino le immagini come effige.

Il lavoro del maestro ha progressivamente aperto la strada a una serie di artisti di nuova generazione che si misurano con la postmodernità giapponese e con l’occidentalizzazione, facendo della sottocultura Otaku il punto di partenza per le loro creazioni e un simbolo dell’avanzamento creativo individuale e nazionale. Seppur con focus sugli argomenti più disparati, tutti sono accomunati da una serie di scelte formali e concettuali, che ciascuno declina in varie modalità produttive, in accordo con la propria sensibilità.

Ho deciso quindi di mostrarvene alcuni: HiroyukiMitsume Takahashi, Tomoko Nagao, Hikari Shimoda, Three Studio e Yoshiyasu Tamura.

 

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