Exit

Parlando di It è facile finire per trasformarsi in uno di quei post dei dinosauri onesti:”signora mia il libro era tutta un’altra cosa”
In effetti il libro è un’altra cosa, ma lo è sempre, lo è per forza di cose.
Un romanzo e un film sono due veicoli diversi per natura, se poi avete letto It saprete ancora meglio che è impossibile trasporre quella storia in un lungometraggio appagante.
Premessa doverosa che mi porta ad affrontare il secondo step.
Perché non mi è piaciuto.
Sia chiaro, il film se non siete già stati al cinema guardatelo, ma se avete tempo e buone braccia recuperatevi anche il mattone da
più di 1300 pagine partorito dal King in stato di grazia, quello che mi ha fatto trascorrere mezza adolescenza a svuotare la collezione di mio cugino per riempirci la cameretta.
Quello scrittore che mi ha insegnato che se vuoi spaventare qualcuno non devi fargli “buu” mentre chiude l’antina dell’armadio (Black Mirror season 3 docet), ma trascinarlo in una spirale d’inquietudine
passo dopo passo.
Ecco la prima nota dolente, questo It non fa mai paura. Può al massimo farvi fare un saltino, ma il jumpscare è qualcosa che funziona fin quando è un meccanismo una tantum. Non se ci si costruisce
sopra tutto il film ( e parliamoci chiaro funziona bene al cinema con il sonoro che ti esplode sotto il culo, sono curioso di rivedere il film sulla mia poltroncina con Selina in braccio).
Oppure diciamo che può funzionare se vuoi realizzare un horror tradizionale, ma nella mia personalissima visione ( e credo pure in quella di King) It è qualcosa che è sempre andato oltre una banalizzazione di genere.

Punto 2: il clown.
Nulla da dire sulla recitazione.
Skarsgard è molto bravo, per quanto possa definire bravo un attore che ho visto recitare doppiato, ma le posture e la mimica riescono nell’impresa titanica di non sfigurare con l’inevitabile raffronto all’ancora
iconico Tim Curray.
Purtroppo è con tutto il resto (o quasi) che non ci siamo.
Il look che mi era piaciuto guardando il trailer l’ho trovato controproducente a livello narrativo, i dialoghi ridotti all’osso e una cgi che a tratti mi è parsa imbarazzante (non per il clown ma per alcune delle
illusioni che non voglio spoilerarvi).
Il mio discorso è semplice: Pennywise in questo film è un fottuto clown spaventoso che insegue bambini che non riesce quasi mai a catturare o mangiucchiare, questo è il suo ruolo e coerentemente ci
viene presentato con un trucco e un vestiario decisamente inquietante (e devo dire esteticamente figo).
Skarsgard costruisce un personaggio adatto a questo contesto, spaventoso, imponente e pronto a scattare come un’animale selvatico.
Il film si basa su queste fondamenta, nulla di male.
Non c’è nemmeno nulla di male nel fatto che io trovi una monnezzata ciò.
Perché un cazzutissimo mostro clown quei bambini dovrebbe papparseli senza troppi problemi, ma questo non succede perché nell’anima del romanzo si evince che Pennywise non è un cazzutissimo
mostro clown che corre e attacca direttamente.
E questo non può essere dimenticato o soprasseduto nemmeno da un adattamento che finisce per cozzare tra quello che ha deciso di diventare e quello che dovrebbe essere.
Il modus operandi del pagliaccio è diametralmente opposto, ci troviamo davanti un’entità incapace di colpirti direttamente, ma che ti manipola, circuisce e divora psicologicamente prima di farlo
fisicamente.
Io non riconosco in It un semplice mostro killer, quanto un ammaliante seduttore che solo in secondo luogo si rivela un demone omicida.
Nel film del 90 alcuni dei momenti più spaventosi coincidevano si con la comparsa del clown, ma senza che questi risultasse una minaccia immediata, la sua presenza bastava per ricordarti che non avevi
possibilità di scampo, che le tue paure erano dietro ogni angolo e che prima o poi sarebbero venute a farti visita.
Anche … ha qualche spunto in tal senso e devo ammettere che sono state le scene che più ho apprezzato, sia per la potenza visiva sia per aver provato ad andare in una direzione di terrore diversa.
Mi riferisco alla meravigliosa scena del proiettore nel garage, e alla comparsa di Pennywise sulla riva durante il pestaggio di Patrick.
It non è una minaccia fisica in quel momento, tuttavia Mike capisce che anche se riuscirà a sfuggire al pestaggio dei bulli è accerchiato da un’entità maligna, che lo guarda e si prende gioco di lui.
Non c’è speranza a Derry (ma su questo torneremo dopo).
Pennywise non deve fare altro che manifestarsi, agitare il braccino di Georgie e godersi lo spettacolo.

E’ più inquietante in quei 2 secondi che in tutte le ridicole corse che gli vediamo fare nei 135 minuti.
La nuova interpretazione del clown non lascia nemmeno spazio alle chiacchere e alle irriverenze che invece secondo me sono un aspetto fondamentale del suo essere bullo a 360 gradi.
Il trucco e l’abbigliamento così spaventoso poi fanno venire meno uno dei motivi per cui It veste nella maggioranza dei casi i panni del clown, figura ambigua che diverte o spaventa le persone dalla notte
dei tempi.
Questa duplice natura viene completamente persa e la cosa mi ha fatto un po’ incazzare…
come se qualcuno dovesse farmi vedere un Joker tutto tatuato con i denti d’oro fare il tamarro per l’universo Dc. Oooops.
Punto 3: Derry.
La città all’interno del libro è forse il personaggio meglio raccontato e con più pagine dedicate.
Nel film ovviamente è lo sfondo dove si muovono le fila dell’azione.
Ma uno sfondo può essere più o meno enfatizzato, e non basta far ripetere ai personaggi che vogliono andarsene via da quel posto che parenti, zii, amici e giornali definiscono maledetto.
Lo devi mostrare.
L’estate è alle porte, i colori caldi fanno da padroni e la fotografia ci va a nozze per ricreare un ambiente che ci faccia perdere nei ricordi delle nostre infanzie più o meno lontane.
Un amico ha sintetizzato con questa frase:” L’;atmosfera onirica delle estati adolescenziali si sente tantissimo ed è genuina fino al midollo. Il film è portatore sano di momenti nostalgia”.
Tutto verissimo, l’estate dei perdenti è uno degli aspetti che ho apprezzato di più, peccato poi ci si scordi che i perdenti avevano bisogno l’uno dell’altro non solo per fronteggiare un pagliaccio che ha
casa nelle fogne, ma i demoni che tenevano nelle loro di case.
Demoni veri in case fredde, molto diverse dalle location calde e nostalgiche della Derry presentata.
Non ho visto un gran lavoro in questa direzione, ne da parte della sceneggiatura ne da parte della fotografia ed è uno di quegli aspetti che un amante del libro anche se si è sforzato di mettersi il cuore in
pace farà sempre fatica a mandar giù.
Il palloncino nell’auto degli sciuri che tirano dritto quando è la volta di Ciccio Mike ad essere bullizzato è un ottimo espediente per comunicare come il male abbia impregnato tutta Derry.
Soluzione però che trova troppo poco spazio e continuità… e che forse lo avrebbe meritato a scapito di qualche sgambettata del clown.

C’è anche del buono però, in primis attori bambini convincenti (soprattutto la ragazzina), alcuni momenti visivamente davvero meritevoli , e la metafora del bullo riportata fedelmente dal libro al film.
It il bullo dei bulli, che si fa forte delle paure e debolezze altrui.
Senza volervi ammorbare oltre se siete già stati al cinema fatemi sapere cosa ne pensate e se invece siete intenzionati a recuperare il titolo in homevideo non partite prevenuti per le mie parole.
Non siamo davanti ad un brutto film ma semplicemente alla visione di un regista che doveva prendere un mondo, scremarlo, spremerlo ed infine liofilizzarlo per poterlo dare in pasto alla più grossa fetta di
pubblico possibile in 2 ore e un quarto.
Un mondo a cui sono molto affezionato e che quindi come i tanti puristi dell’opera mi ha fatto un poì
storcere il naso vedere interpretato in una chiave diversa.

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