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Grazie a Susanna ho avuto l’occasione di scoprire un evento che dista molte miglia da Milano e la nostra Italia.
Ed è ancora più lontano dall’idea di esposizione o festival tradizionale a cui siamo abituati.
“Bombay Beach Biennale” difatti è tutto fuorchè un festival tradizionale, anzi costruisce sul paradosso la sua forza e unicità.
In primis, nonostante il nome Biennale il festival ha cadenza annuale, scelta voluta dai suoi creatori per restituire l’atmosfera surreale del luogo e per ironizzare sui clichè dell’arte contemporanea.
Bombay Beach nasce negli anni 50 sulle sponde di un lago artificiale creato da un’enorme inondazione, il Salton Sea.
A poche ore da Los Angeles, il Salton Sea si trasforma da sfortunato disastro ad occasione per portare un po’ di soldi, un enorme lago d’acqua dolce nel deserto diviene infatti una calamita per il turismo.
Con gli anni però il lago evolve in un concentrato di sale e sostanze chimiche e in breve pesci e vegetazione lasciano spazio alla polvere facendo abdicare anche il turismo di massa, che di fronte a quel tappeto di statue di sale e pesci morti non riconosceva più l’oasi dove giocare a golf e fare sci d’acqua.
Rimase però Bombay Beach, con le sue poche centinaia di abitanti, le roulotte e poco altro.

Nel 2016 Stefan Ashkenazy, Lily Johnson White e Tao Ruspoli vedono in questo scenario post apocalittico il luogo giusto dove dare i natali ad un festival di arte contemporanea sui generis, un raduno di artisti che in piena sintonia con gli abitanti danno vita ad installazioni, performances e spettacoli.
L’idea degli organizzatori è quella di regalare nuova linfa alla cittadina, contribuendo con l’arte e un po’ di sano attivismo ambientale a non lasciare scomparire Bombay, salvaguardandola però dal turismo omogenizzato che già in passato l’aveva masticata prima di risputarla.

“Bombay Beach è un posto incredibilmente strano e affascinante. Decenni di artisti e registi che fanno il loro pellegrinaggio sono la prova di ciò: noi della Biennale ci impegniamo a fare in modo che il rapporto tra il luogo e i suoi visitatori sia una vera partnership. Ho sperimentato che esiste una relazione simbiotica e potente tra gli artisti e la città, il nostro obiettivo è quello di agire come agenti per prendersi cura di questo significativo equilibrio di ispirazione e collaborazione.” Lily Johnson White

 

 

Susanna Della Sala con il suo documentario “Elysian Fields” vuole raccontare non solo la contraddittoria storia di Bombay Beach ma quel surreale spaccato che è la Biennale: l’incontro di artisti che da ogni parte del mondo si radunano per produrre arte in uno scenario apocalittico e sospeso nel tempo.
Ispirato dalla mitologia dell’antica Grecia e in particolare dal mito di Orfeo, il progetto sarà un viaggio spirituale tra natura e arte, morte e rinascita.

“Abbiamo delle idee che ci guideranno, una cifra stilistica che seguiremo ma voglio lasciar che le cose vengano.
Non credo che racconterò in modo didascalico, piuttosto metterò in mostra, rappresenterò, parlerò per simboli.
Ci sarà molto ricorso al surreale e al mitologico per far parlare questo luogo.
Cercherò un abitante che incarni Orfeo, il personaggio che nella mitologia greca rappresenta le arti. Sopravvive agli inferi, ma non alla pena d’amore e, morto, continua a cantare. . Il riemergere di Orfeo dagli inferi è il percorso di Bombay Beach: nascita, memoria, ferita, viaggio.”. Susanna Della Sala

Susanna è già sbarcata in California da qualche giorno pronta per iniziare le riprese, nonostante non fosse ancora conclusa la campagna crowdfounding.
Nell’immagine qui sotto potete vedere i ricavi già ottenuti e come sono stati investiti nel documentario, mentre se volete contribuire e aiutare questo interessantissimo progetto potete ancora farlo a questo link: https://www.indiegogo.com/projects/elysian-fields-documentary-women#/ 

Sperando di ricevere presto buone notizie facciamo a Susanna e gli altri ragazzi che condividono l’avventura il nostro più grande in bocca al lupo!

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