Exit

Ogni creativo arriva ad un punto della sua vita dove sente il bisogno di raccontare la storia che ha sempre percepito crescersi dentro, fino al non poter più rimandare.
Può essere un romanzo per uno scrittore, un album per una band, piuttosto che un quadro o un’illustrazione.
Per Giulia questa esigenza prende vita con il cinema, e l’occasione le viene fornita dal cortometraggio che deve realizzare per diplomarsi in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Io e Giulia non ci conosciamo personalmente, ma durante le chiaccherate online di questi ultimi giorni ho percepito una ragazza piena di risorse e con le qualità per poter dare vita alla sua storia, che affonda le radici nel privato della sua famiglia e sul territorio dove è nata e cresciuta.
Per realizzare un cortometraggio degno di questo nome però, chi ha dimestichezza con l’ambiente lo sa bene, servono risorse che nemmeno la più accesa passione e ferrea volontà possono sopperire ed è per questo motivo che abbiamo deciso di parlare di questo nuovo progetto, cercando d’incentivare più persone possibili a contribuire alla raccolta fondi sostenendo il progetto su indiegogo qui riportato.
Domani all’alba” questo il titolo del corto, usa il passato come sfondo delle vicende per parlare del tema che più di tutti ci deve stare a cuore: il futuro.
Attraverso gli occhi di una tradizione che sembra ormai lontana e disconosciuta si accende la miccia di quelle paure che ciclicamente si ripresentano e che sembrano inestirpabili dalla natura umana, e sono il motore di chi ha bisogno di credere per conviverci e chi di agire per poterle affrontare.

“A pochi anni, un male sconosciuto se la stava portando via: giorno per giorno era come se sparisse, il fiato le mancava sempre di più. Si rimpiccioliva, come se non meritasse un posto nel mondo.
Un male che a quei tempi, gli anni 50/60, per gente di campagna come i miei nonni, che non avevano facilmente la possibilità di ricorrere alla medicina, aveva un nome ben preciso: le streghe.
Venivano di notte, ed ogni notte a poco a poco la mangiavano. E contro le streghe, solo altre figure altrettanto magiche potevano vincere, ecco perché mia nonna portò mia madre da una fattucchiera. Una magara.
Non se lo ricordava, mia madre, del fatto che stesse per morire. Fin troppo bene è rimasto invece scolpito nella memoria di mia nonna, che spesso mi narrava questa ed altre storie. Storie legate alla sua terra, alle sue tradizioni, alla vita dura vissuta durante la guerra.
Mi sono sempre detta che avrei fatto tesoro delle sue parole, e che un giorno ne avrei fatto qualcosa, donandole agli altri per cercare di dare quanto lei ha dato a me.
In tutti questi racconti, molti dei quali legati al contesto della Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui in particolar modo nelle storie di paese era forte la presenza di streghe ed altri mali, spiccavano chiare due linee portanti, forse imprescindibili tra di loro in quel genere di contesto che poteva essere la cultura rurale italiana ai tempi: quello della superstizione e quello dell’impotenza.
D’altronde non aveva molte scelte mia nonna, in tempi in cui i dottori scarseggiavano, se non quella di rivolgersi alla santona del paese per ottenere una cura -placebo?-, pregare e sperare.
Non aveva i mezzi, lei, per non affidarsi alla superstizione.
Ma cosa sarebbe successo invece se un’alternativa, seppur rischiosa, l’avesse avuta? Si sarebbe comunque affidata alle credenze popolari? Ed ancora cosa invece sarebbe accaduto se accanto a
lei ci fosse stato un uomo, come tanti tra quelli delle sue storie, schiavo in qualche modo di un sistema superstizioso e della paura della sua impossibilità di agire?
Questi gli interrogativi che ci siamo posti con i miei sceneggiatori, Jacopo Del Giudice, Stefano Romano e Sofia Petraroia. Quesiti che mi affascinano, perchè prendono in considerazione l’umano, la scelta. Il limite.

Da tutto questo nasce questo progetto, il mio cortometraggio di diploma in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Il protagonista della storia è un giovane ragazzo, Amerigo, l’ultimo del suo paese: a causa della leva obbligatoria, tutti coloro in età militare sono partiti per il fronte, lasciando in paese donne vecchi e bambini. Ed Amerigo, che a causa della sua gamba storpia è dovuto restare. Vive, Amerigo, l’umiliazione di non sentirsi uomo abbastanza per poter difendere la propria patria, di affrontare la guerra.
Come comportarsi dunque quando sua figlia Agata, malata, ha bisogno del dottore, bloccato a valle, dove la guerra impera? Come può lui, con quella gamba, riuscire a portare sane e salve a destinazione la bambina e la moglie?
Ed in paese invece, tutti si affidano ad Agostina, la santona, colei che fa riti di tutti i tipi, colei che si crede riesca a scacciare le streghe che, secondo i paesani, sono la vera causa del problema della piccola Agata…Amerigo, se vuole essere uno di loro, se vuole essere uomo, deve duque affiliarsi al loro credo. Ma è la scelta giusta o la strada più breve, quella dove non si prendono le proprie responsabilità per paura?
Il corto parla delle lotte quotidiane alla sopravvivenza, della fragilità data dal non accettarsi e non sentirsi in grado di affrontare le sfide, a volte grandi, che la vita ci pone davanti.
Vi sono persone che hanno bisogno di credere. Di aggrapparsi a qualcosa, che sia la religione piuttosto che la superstizione, un rito. Cicerone diede una splendida e fantasiosa definizione del concetto di superstizione: “il comportamento di coloro che quotidianamente invocano gli dei e presentano loro sacrifici affinché i loro figli restino superstiti, superstites”.
La sopravvivenza. La volontà di credere che è possibile agire contro fallimenti, incertezze e tutti quegli avvenimenti tragici sui quali non si ha potere.
Come dicevo c’è chi ha bisogno di credere.
Salvo poi che c’è chi invece agisce. Ed ecco che qui si arriva ad un’evoluzione che ci porta ad affrontare le nostre paure, a “diventare uomini” in nome di un bene più grande: il Futuro.
Sono temi, questi, dannatamente ordinari se vogliamo. Ma c’è un cuore qui per me che pulsa, un’emozione che mi attanaglia. E l’esigenza che questa storia venga raccontata.
Non abbiamo la pretesa di svelare verità esistenziali, quanto la voglia di raccontare uno spaccato di vita, se vogliamo di stampo quasi neorealista, con un linguaggio moderno, dalle tinte mystery.
E’ per tutti noi una sfida, dove se da una parte ci confrontiamo con difficoltà tecniche e realizzative, dall’altra dobbiamo affrontare una mentalità e delle tradizioni che sembrano
apparentemente sopite nel tempo, ma che vivono ancora nelle nostre radici.”

Sperando sia data la possibilità a Giulia di poter esprimere al meglio il suo messaggio e di ricevere buone notizie entro la fine della campagna, facciamo alla regista e gli altri ragazzi che con lei condividono l’avventura il nostro in bocca al lupo, ricordandovi che potete aiutare il progetto sostenendolo su indiegogo

Per scoprire di più su:

Domani all’alba – shortmovie

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