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Quando ci si trova di fronte ad un tema come questo è necessario fare delle opportune osservazioni e valutazioni. Si, perché la libertà di stampa, l’inchiesta giornalistica e il reportage aggressivo sono sempre stati al centro dell’attenzione di molti cineasti in tutta la storia della Settima Arte. Alla luce delle valutazioni fatte, credo sia utile cominciare definendo gli anni Sessanta come il periodo in cui l’oggetto dell’interesse abbandona le fattezze del mondo della Stampa e del suo funzionamento per raggiungere invece le grandi storie di chi si è battuto per la sua libertà. Questo passaggio è del tutto giustificato: per raccontare le grandi denunce e inchieste giornalistiche della nostra contemporaneità, il pubblico ha dovuto assimilare il mondo della stampa, le sue scorrettezze, il suo lato più oscuro e quello invece più onesto.

L’avvio di questo percorso di “educazione” al mondo della stampa comincia probabilmente con il Film dei Film, Quarto potere (1941) di Orson Welles. Il film non ha come oggetto principale il giornalismo, ma il suo protagonista Charles Kane è un capitalista dell’editoria, il suo New York Inquirer è specializzato nella stampa scandalistica. Con il passare dei minuti Welles ci mostra quanto questo mondo sia marcio, sia soggetto a manipolazioni e corruzione, a malaffare e quanto il mondo della Stampa sia vicino a quello politico (con tutte le sue note conseguenze). Celebre la scena in cui, nella sede del New York Inquirer, si discute del titolo di apertura del giorno successivo alle elezioni per le quali corre anche Kane.

Ma Quarto potere non è il solo, come accennavo, a portare avanti questo compito “educativo”. Barriera invisibile (1947) di Elia Kazan analizza invece il difficile ruolo del giornalista d’inchiesta; il film, ambientato in una New York del 1947 (a due anni dalla fine della seconda guerra mondiale), racconta la scelta di un giornalista di sperimentare l’antisemitismo presente nella grande metropoli americana fingendosi un ebreo. Quattro anni dopo Billy Wilder realizza un altro film graffiante sulla speculazione giornalistica e sullo spettacolo mediatico della cronaca nera; L’asso nella manica (1951) rappresenta un modello per il recente Lo sciacallo (2014) di Dan Gilroy. Lo sfruttamento della cronaca nera e dello spettacolo mediatico è al centro anche di Quando la città dorme (1956) di Fritz Lang.

Il decennio di transizione è rappresentato quindi dagli anni Sessanta (attenzione: i film sulle depravazioni della Stampa, sull’editoria giornalistica o sulla corruzione non termineranno, ma verranno affiancati da un altro filone), da questo momento in avanti il cinema americano sembra puntare sempre più su grandi e storiche inchieste giornalistiche, casi irrisolti, processi alla Stampa. La grande differenza è che si parla di eventi realmente accaduti, conosciuti ed entrati nella Storia come il caso Watergate, i Pentagon Papers o il killer dello Zodiaco, giusto per citarne alcuni.

Per rendere il discorso più contemporaneo tralascerò grandi film degli anni Settanta, Ottanta e Novanta come Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula (da cui trarrà ispirazione, parola del regista, il recente Il caso Spotlight) oppure Insider (1999) di Michael Mann.

Il primo film che analizzeremo è Zodiac, film del 2007 diretto dal talentuoso David Fincher (regista di Seven e The Social Network). Il film racconta la caccia investigativa e giornalistica al killer dello Zodiaco, un omicida che spedisce lettere alla Stampa per rivendicare gli omicidi. Sulle sue tracce si mettono, oltre al detective interpretato da Mark Ruffalo, anche un giornalista alla ricerca di uno scoop (Robert Downey Jr.) e un vignettista (Jack Gyllenhaal). Il film racconta una storia realmente accaduta nella California Settentrionale: un killer mai arrestato che operò tra il dicembre 1968 e l’ottobre 1969 uccidendo almeno cinque persone e ferendone altrettante. David Fincher sceglie quindi una vicenda molto nota e costruisce un thriller poliziesco che è reso ancor più complesso nel dialogo con la Stampa e dei giornali. I giornalisti del San Francisco Chronicle sono i diretti interlocutori del killer, a loro viene inviata volontariamente la posta, la polizia deve intrecciare le informazioni con il giornale. Il risultato è un thriller dall’intelaiatura composita e bilanciata che mostra al pubblico come ormai la cronaca nera sia pane per i giornali. La Stampa diviene il mezzo per la notorietà e il “collega” principale delle forze dell’ordine. Una sceneggiatura che segue passo passo l’inchiesta e che appare in conclusione come una raccolta di verbali polizieschi e reportage giornalistici.

Con Il caso Spotlight invece ci addentriamo nel mondo dell’inchiesta giornalistica. La storia è un’altra volta molto nota: alcuni giornalisti del gruppo Spotlight del The Boston Globe cominciano nel 2001 ad indagare su alcuni presunti scandali di abusi sessuali commessi da uomini di chiesa. L’inchiesta diventerà però ogni giorno più grande e colpì in due anni oltre settanta uomini della chiesa cattolica (operanti nel Massachussets). Il film di Thomas McCarthy è un esempio del grande cinema d’inchiesta americano, un cinema dal ritmo serrato e che veicola un messaggio, un cinema che vuole arrivare al punto in modo chiaro e semplice. In Spotlight torna la lotta per la libertà di stampa, la lotta d’inchiesta contro i poteri forti (come la chiesa cattolica); fedele alla storia vera (i veri giornalisti dell’inchiesta furono i consulenti di McCarthy in fase di scrittura) il film mostra le pressioni che alcuni giornalisti devono subire, gli ostacoli e le condizioni in cui portano avanti una battaglia per la verità di tutti, la corruzione e l’ostruzionismo che si mette in gioco quando i birilli più stabili cominciano a cadere. Miglior film e miglior sceneggiatura agli Oscar 2016.

L’ultimo in ordine di uscita è The Post di Steven Spielberg. Ancora una volta ci troviamo di fronte una grande e delicata inchiesta giornalistica, nota a tutti con il nome di Pentagon Papers: nel 1966 l’analista militare Daniel Ellsberg confida in una corrispondenza al segretario della Difesa Robert McNamara la situazione negativa del fronte in Vietnam, le posizioni sono pressoché invariate, i soldati hanno il morale a pezzi. McNamara mente però davanti alla Stampa e assicura ai cittadini americani di essere fiducioso dell’esito della guerra. Il film di Spielberg è il film della libertà di Stampa e non è un caso che sia stato pensato, scritto e realizzato proprio quest’anno. Il bersaglio indiretto del film è facilmente riconoscibile: il neo presidente Donald Trump che ancora oggi si scaglia contro i mezzi d’informazione, che getta discredito sulle testate più ostili alla sua presidenza; prova di ciò è la scelta dei due interpreti principali Maryl Streep e Tom Hanks, tra i più accaniti detrattori del presidente e non è un caso che la frase più iconica del film sia “La Stampa serve chi è governato, non chi governa”. Come dicevo, il film di Spielberg è un film che esalta il coraggio della Stampa; la sceneggiatura riprende una delle più grandi battaglie giornalistiche della Storia americana, se non altro perché il Vietnam è stato ed è tutt’oggi una delle più grandi valvole di sfogo dell’opinione pubblica americana. Spielberg conosce la notorietà della storia che sta raccontando, sa che il pubblico è sui giusti binari e può quindi creare un film d’inchiesta giornalistica da manuale, un film di genere come si dice oggi, senza temere di appesantire la visione con tecnicismi: questo perché il pubblico americano (e ora non solo) è un pubblico a cui è ormai familiare questo linguaggio, un pubblico che lo cerca e lo pretende in virtù di una resa il più realistica possibile della vicenda. The Post è probabilmente un film che l’opinione pubblica aspettava da tempo, un film che ha studiato i suoi obiettivi e li ha raggiunti con efficacia, che ha per protagonista un gruppo, una redazione, capitanata da una donna (altra affinità al periodo storico che stiamo vivendo) che mette in gioco tutto ciò che ha per abbattere i “pesci grossi”. Le grandi storie giornalistiche hanno il dovere di essere raccontate con precisione e chiarezza, come hanno fatto i recenti Spielberg, McCarthy e Fincher, affinché il pubblico sappia che esistono persone che ogni giorno affrontano ostacoli di ogni tipo per rivelare anche solo un pezzettino di verità che per il mondo rappresenta una vera e propria boccata d’ossigeno.

 

 

 

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