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Quando sono stati annunciati i titoli in concorso alla settantacinquesima edizione del Festival di Venezia, è parso a tutti chiaro che il festival italiano, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei festival nel mondo, stesse voltando pagina. Se da una parte il Festival di Cannes chiude le porte a Netflix in nome della salvaguardia della sala cinematografica, dall’altra la piattaforma americana trova un alleato di spicco nel festival italiano. La Biennale di Venezia, da sempre una delle più grandi rassegne d’arte contemporanea del mondo, ha deciso di ergersi a difesa dell’arte cinematografica quale che sia la sua futura distribuzione. Una mossa audace che ha incontrato il disappunto di molti.

Tre i film in concorso firmati Netflix, mai così tanti. Un riconoscimento che premia il coraggio produttivo della piattaforma. Nell’ultimo anno, infatti, Netflix ha investito soldi in produzioni autoriali di grande prestigio. Molti sono stati i registi che hanno scelto la piattaforma come primo finanziatore e successivo distributore del loro lavoro. Hanno trovato posto nel concorso Roma di Alfonso Cuaron, La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen e 22 July di Paul Greengrass.

L’accusa che è stata fatta a Venezia è di aver di fatto tradito la sala cinematografica. I tre film in questione non saranno disponibili al cinema, come recitano le politiche della piattaforma. Ma non solo, il caso di Venezia 75 è sostanzialmente un punto di svolta: per la prima volta infatti Netflix ottiene il Leone d’Oro (a vincerlo è stato Roma di Cuaron), massimo riconoscimento del concorso, e addirittura il Premio Osella, il premio per la miglior sceneggiatura, andato al film dei fratelli Coen. Un trionfo a tutti gli effetti per Netflix che ha determinato un ulteriore aumento di critiche nei confronti dei selezionatori del concorso.

Per quanto mi riguarda credo sia utile fare un po’ di chiarezza in tutto questo: l’avvento di Netflix non ha determinato in questi primi due anni il crollo degli incassi che era stato preventivato. Ciò significa che sala e piattaforme digitali possono convivere, anzi, considerando l’aumento di qualità tra le produzioni Netflix, è possibile che si stia andando incontro ad una sana concorrenza produttiva e distributiva. Inoltre è necessario far presente il caso di Sulla mia pelle, il film su Stefano Cucchi, coproduzione NetflixLucky Red che ha trovato la contemporanea via della sala e sulla piattaforma. Il risultato è chiaro: Sulla mia pelle si è rivelato un eccezionale successo nelle poche sale in cui Lucky Red l’ha distribuito (per gli amanti dei numeri, il film ha superato i 3.000 euro di media per schermo in soli cinque giorni). In molti casi gli spettatori che sono accorsi al cinema erano possessori di abbonamento Netflix: un esempio del fatto che l’esperienza della sala risulta ancora imbattibile. È anche vero però che le sale cinematografiche necessitino di una tutela da parte dei Festival: una possibilità concreta potrebbe essere l’obbligo di distribuzione in sale selezionate su tutto il territorio nazionale dei film Netflix selezionati per i concorsi e i festival. Una soluzione che accontenterebbe tutti.

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