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Ciao Maria Giulia, siamo rimasti incantati di fronte alle tue foto esposte ad un evento milanese e abbiamo subito pensato che potesse essere una bellissima opportunità premiarti col primo Staff Pick del mese e cogliere l’occasione per fare quattro chiacchiere con te.
Partiamo: cosa rappresenta la fotografia per te?

La fotografia rappresenta il miglior modo per potermi esprimere. Sono una persona estremamente emotiva che ha spesso difficoltà nell’esprimere liberamente le proprie emozioni, e la fotografia, oltre che a facilitarmi il tutto, mi fa crescere di scatto in scatto, conferendomi di volta in volta maggiore conoscenza di me stessa. Si tratta di un linguaggio non verbale, inconsapevole, atto a sublimare la propria esperienza, il proprio contesto culturale, il proprio vissuto in qualcosa di visibile a tutti.

 

 

Com’è nata questa passione?

Quando ero piccola avevo la necessità di scattare foto di me stessa, dall’età di 8 fino ai 14 anni prendevo la macchinetta digitale di mio padre e riempivo la memoria delle SD solo con autoscatti miei, fuori fuoco, sovraesposti e oltretutto mossi. Mi divertivo nel vedere, con leggerezza e con narcisismo, come uno scatto potesse rendermi una persona diversa, oppure farmi notare un dettaglio di me stessa a cui non avevo prestato attenzione.  Sono venuta a contatto con la mia prima personale macchina fotografica all’eta di 15 anni. Durante il frastornante periodo dell’adolescenza ho cominciato a utilizzare il mezzo come liberazione ed espressione dei miei sentimenti. Ogni volta che alle 13.00 suonava la campanella ero felice di tornare a casa, soprattutto nelle giornate di sole, perché potevo uscire all’aperto e scattare per 1,2, 3 ore tra i campi intorno casa. I compiti non li facevo volentieri, i temi che mi interessavo erano davvero pochi, non ottenevo grandi risultati, ma le fotografie che scattavo strappavano sorrisi e  sguardi sorpresi delle persone intorno a me. Ero entusiasta, la fotografia era divenuta il mio mezzo per evadere, il mio motivo per uscire dalla distrazione, perché finalmente potevo, tramite essa, attivare i circuiti di attenzione e concentrarmi solo su me stessa. Imparare, finalmente, a conoscermi.

 

 

Osservando i tuoi scatti, spesso sembra di osservare dei fotogrammi cinematografici.
Qual è l’influenza del cinema nel tuo modo di concepire la fotografia?

Grazie, lo prendo come un complimento, cerco sempre di conferire un appeal cinematografico alle mie immagini, quindi ho piacere nel sapere che questo venga riconosciuto. Parto da un accenno di psicologia per arrivare al dunque. Il processo creativo è influenzato dal processo di crescita, le proprie capacità creative dipendono dalle persone che ti hanno cresciuto e ti sono state vicine nel processo di crescita. Ho vissuto un’infanzia meravigliosa. Mia nonna è stata la mia guida. I miei genitori spesso erano fuori per lavoro, e passare il tempo con lei era come vivere una favola, un sogno, un film. La mattina voleva sempre svegliarmi presto alle 6.00 del mattino per farmi vedere l’alba uscire da dietro i monti, contavamo il numero delle sfumature di colori nel cielo, e come sana routine guardavamo “Pingu” insieme alla tv, e ridevamo tanto da svegliare il nonno che dormiva ancora in camera sua. Bevevamo acqua calda e zucchero, e uscivamo in giardino a giocare. Mi insegnò a guardare casa mia da più punti di vista:  mi arrampicavo sui rami degli ulivi, mi rotolavo in mezzo ai fiori, mi mettevo negli angoli più remoti del giardino quando giocavamo a nascondino. Mi insegnò, probabilmente nel modo più inconsapevole possibile, l’importanza di vedere la stessa cosa da più prospettive, da più punti di vista. Stare una giornata intera con lei era davvero un sogno. La mia vita era un sogno, quando papà e mamma tornavano ricevevo altrettante attenzioni e affetto, non potevo lamentarmi di niente. Purtroppo però si cresce, e come è normale che sia, la vita si manifesta per quello che è. Rivedo nella fotografia, come nel cinema, un mondo ideale all’interno del quale potersi rifugiare. Il mondo delle proprie credenze, delle proprie certezze, la riflessione fatta immagine del mondo ideale in cui uno vorrebbe vivere.

 

 

La figura umana è sempre al centro della tua narrazione. Cosa ti affascina nel ritratto? E cosa cerchi di tirare fuori da chi hai di fronte in ogni progetto?

Sono sempre stata abbastanza una frana nelle relazioni sociali, o meglio, fatico spesso a capire chi ho di fronte a me e cosa quella persona voglia veramente dirmi. Questo è stato da sempre un punto dolente a sfavore mio. Con la fotografia ho scoperto di poter superare questo mio mancamento. Avendo un elemento (la macchina fotografica) intermedio tra me e l’altra persona, attraverso cui io posso “spiare” chi ho di fronte, riesco a capire meglio chi mi sta davanti, capendone il carattere, le insicurezze e le sue credenze. Finalmente. La vulnerabilità mista alla leggerezza mi affascinano tantissimo nel mio lavoro, sono alcuni dei punti che di volta in volta approfondisco. Vedo me stessa nei ritratti altrui, metto me stessa nei ritratti altrui. Il tutto si fa autoritratto.

 

 

Hai mai pensato di sperimentare altri generi di fotografia? Reportage, per esempio?

Onestamente no, credo di aver trovato il mio ramo, e sto cercando di specializzarmi sempre di più. Con la scuola di fotografia ho avuto la possibilità di mettermi alla prova con i vari generi, ma niente mi ha fatto provare quel sentimento che ho provato, e che provo tutt’ora , nel praticare la ritrattistica. Al momento sto pensando di mettere alla prova i miei lavori sotto un’ottica “artistica”, ovvero come fotografia d’arte.

 

 

Molti dei nostri lettori avranno già sicuramente sentito parlare di te, apprezzando la tu bravura a Master of Photography. Come valuti la tua esperienza nel programma di Sky? Pensi sia arrivata al   momento giusto nel tuo percorso di crescita professionale?

Master of Photograpy è stato un fulmine a ciel sereno. Mi sono applicata come solitamente faccio con altri concorsi fotografici, e mai mi sarei aspettata quello che è successo. Devo ringraziare chi mi ha dato la spinta per farlo, chi mi ha trasmesso energie positive, altrimenti probabilmente adesso mi troverei in un limbo di insicurezze. Master of photography ha spazzato via tante insicurezze, ovviamente ne ha generate ulteriori, ma sono cresciuta tantissimo. Non sono pienamente soddisfatta del mio percorso, poche sono le fotografie realizzate che veramente raccontano chi sono, più di tutte la fotografia della statua realizzata per la prima Task svoltasi ad Ostia Antica, meno di tutte la serie che ho realizzato per Home Sweet Home… c’era così tanta richiesta di intimità, avevo così tante cose da raccontare, aspettative così alte che ho finito per non parlare di quello che avrei voluto, perché probabilmente ancora troppo giovane. Banalmente, se avessi dovuto fare adesso, a distanza di un anno, la stessa task, so per certo che avrei realizzato scatti completamente diversi.  Sì, è arrivata al punto giusto e ha dato una svolta definitiva al mio percorso di studi.

 

 

Hai qualche fotografo di riferimento, o qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?

Sarebbe lusinghiero poter fare da fotografa di backstage per quei fotografi come Philip Lorca DiCorcia, Gregory Crewdson etc che interpretano la fotografia come un set cinematografico. Visto che stiamo sognando, ammetto che mi piacerebbe tanto svolgere il ruolo di backstage photographer per altrettanti set cinematografici.

 

Ultima domanda, e poi ti salutiamo: che tipo di consigli ti sentiresti di dare a un giovane che decidesse di intraprendere la strada della fotografia?

Scatta compulsivamente, c’è qualcosa di terapeutico e magico nel fare la stessa cosa più e più volte… il tema non lo decidi tu, esso matura dentro di te e a un certo punto richiede di essere espresso urgentemente. 🙂

 

Potete vedere tutti i suoi lavori sulla pagina Instagram:
Maria Giulia Costanzo

 

 

 

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