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Sulla nostra home page è possibile, da metà febbraio, scaricare e leggere il primo racconto di Chiaretta Lopresti.

Ecco l’intervista in esclusiva all’autrice:

  • Ci racconti qualcosa di te?

Mi chiamo Chiara Lopresti, sono laureata in lettere e amo scrivere da sempre. La scrittura mi serve per “decomprimere”: quando tutto ciò che mi circonda mi sembra quasi troppo da gestire, mi basta relegarmi al mio stato di “autore”. Vedere tutto da una prospettiva distaccata permette di fare molto ordine! Amo leggere e amo viaggiare – specialmente con la fantasia.

  • Da dove nasce questa storia?

La prima bozza del racconto l’ho scritta una sera di agosto del 2018. Volevo mettere su carta il ricordo di un incontro che per me è stato molto importante, perché mi ha tirato fuori da un isolamento autoimposto e dettato principalmente dalla paura di iniziare una cosa nuova: l’università. Poi nel settembre 2019 ho ritrovato quella bozza sul telefono e, riflettendo a lungo, ho deciso che forse valeva la pena raccontare una storia d’amore un po’ anticonvenzionale o forse molto convenzionale, dipende dai punti di vista.

  • Quale autore o libro ti ha particolarmente ispirata nella stesura di Coro a quattro voci? Ho ritrovato qualcosa degli Amori difficili di Italo Calvino o sbaglio?

Più che Calvino nella mia formazione letteraria intervengono scrittori come Flaubert e Zola, il romantico ma severo e il disilluso per eccellenza. Per il racconto, però, ammetto che c’è tanto dell’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. La storia di Tomas e Tereza e dei loro detti, ma soprattutto i loro non detti, mi emoziona sempre.

  • Com’è nato il titolo?

Nel momento in cui ho deciso la struttura del libro, ho capito che “coro a quattro voci” sarebbe stato il titolo: alla fine tutti siamo circondati da voci, dalle voci degli altri, che rimbombano nella nostra testa non permettendoci, il più delle volte, di ascoltare la nostra, di voce. Il titolo esprime tutto questo e penso che possa fare anche da contrasto con la scena finale.

  • Il racconto si sviluppa principalmente in forma dialogica. Ami questa forma o era una necessità per questo storia?

La forma dialogica è quella in cui mi trovo più a mio agio: non amo le descrizioni troppo lunghe, preferisco che siano le parole dei personaggi a creare il loro mondo possibile. Inoltre, in questo caso, penso che sia la forma che meglio si sposa con la struttura quadripartita. Facendo parlare i personaggi, facendo esprimere a loro la loro verità, forse si riesce anche ad entrare in empatia con la storia e con i loro valori.

  • Ti reputi una perfezionista? Quanto sei contenta di ciò che hai scritto e quanto ti sei divertita a farlo?

Sono decisamente una perfezionista, soprattutto per quanto riguarda ciò che scrivo, anche se non ho la minima presunzione di dire che quello che scrivo sia perfetto, anzi. Forse è perfetto per me in quel momento, per quello che voglio esprimere. Divertita forse non è la parola giusta, o meglio lo è solo in parte. E’ stato molto doloroso, a tratti, mettere la mia anima a nudo, ripercorrendo situazioni ed emozioni che mi all’epoca ho vissuto con angoscia. Mi sono divertita, però, a mettermi nei panni degli altri, cercando di entrare nelle loro teste ed essere il più credibile possibile.

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